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Cose che succedono solo a Belleville: “Mi raccomando non divertitevi troppo” di Marta Barattia

    Aspettando la nona edizione della Scuola annuale di scrittura in programma a Milano dal 6 novembre, abbiamo chiesto a cinque ex allievi di scrivere un racconto ispirandosi alla loro esperienza a scuola. “Cose che succedono solo a Belleville”: storie di porte misteriose, di guardiani della soglia, di astici e di tutor dal grilletto facile. Il racconto di questa settimana si intitola “Mi raccomando non divertitevi troppo”, l’ha scritto Marta Barattia e narra di un truce personaggio à la Clint Eastwood e dei suoi (libreschi) compari.

    ***

    Sotto la debole luce della finestrella, in un cono di pulviscolo sospeso, Il Borgna se ne stava sprofondato nella poltrona di pelle, i piedi appoggiati su un boccione vuoto del distributore d’acqua minerale, le braccia incrociate, il cappello sugli occhi.

    Sentì squillare il telefono dell’ufficio.

    Inspirò profondamente stringendo le narici, cercò gli occhiali con la mano, si ravviò i capelli di lato, sistemò il cappello ben pigiato sulla fronte, allontanò il boccione spingendolo con i talloni, appoggiò a terra i piedi scalzi e si alzò. Poi uscì sul pianerottolo del seminterrato e salì due alla volta i gradini metallici della scala a chiocciola. Raggiunto il bancone sollevò la cornetta concentrandosi per mascherare il sibilo da broncospasmo.

    «Pronto».

    «Pronto, parlo con la Scuola di scrittura Belleville?» disse una voce maschile, calda, all’altro capo del filo.

    «Sì».

    «Siete già aperti?»

    «Normalmente apriamo alle 10:30, ma fino alla fine di agosto le lezioni sono sospese. E comunque sono solo le 7:45. Però se le serve un’informazione può scrivere una mail e le…»

    «Ma lei lavora lì?»

    «Sì, certo: sono il responsabile della didattica».

    «Quindi siete aperti».

    «No, ma se ha delle domande può…»

    «Ma siete aperti o no? Lei da dove risponde?»

    «Dalla Scuola Belleville, anche se…»

    «Siete aperti allora».

    «Sì. Mi dica».

    «Vorrei pubblicare un romanzo».

    «Noi siamo una scuola di scrittura. Facciamo corsi di scrittura. Se le interessa posso mandarle…»

    «Alla fine del corso è prevista la pubblicazione dei romanzi?»

    «Dipende. I corsi nascono per fornire strumenti e in alcuni è previsto un confronto finale con editor e agenzie letterarie. Ma non è garantita la pubblicazione».

    «Se siete aperti magari passo così le faccio leggere il manoscritto».

    «Veramente riapriamo il primo settembre alle 10:30».

    «Ma lei risponde dalla scuola, giusto?»

    «Sì».

    «Arrivo tra dieci minuti» disse, e riattaccò.

    Il Borgna guardò attraverso la fessura della porta scorrevole il riflesso verde delle piastrelle sullo specchio del bagno e, lì accanto, il distributore d’acqua con il boccione vuoto. C’era sempre un grande silenzio, d’estate. Si spostò in salone e spalancò le finestre, sganciò le pesanti barre di sicurezza e spinse con forza per aprire le persiane. Una luce feroce illuminò le copertine dei libri sulle mensole. «Un altro giorno meraviglioso» disse Il Borgna e tirò gli occhi a fessura guardando la polvere sollevarsi in cortile, la rastrelliera arrugginita a cui erano legate le biciclette, un cane secco e giallastro che pisciava sul portone dei garage. Le pagine lo riconobbero e frusciarono. Il cestino del caffè cadde a terra e le cialde si sparsero sul pavimento, rotolando tra le gambe dei tavoli.

    «Un altro giorno meraviglioso» rispose Samuel. «Ce ne ricorderemo, Borgna. Le belle giornate. Trovare del tempo per stare insieme. Questo è l’importante. Per il resto, quel che è stato è stato. Ma le belle giornate. Le belle giornate non si dimenticano. Pensi che ci andremo mai? In vacanza, intendo».

    «Sì, certo, per poi tornare e scoprire che quello che si sperava fosse cambiato è rimasto uguale, e quello che si sperava rimasse uguale è andato a farsi fottere» disse Cormac.

    «Ci eravamo detti che ci saremmo andati» continuò Samuel «ma è così difficile. Con il lavoro, la scuola intendo, e tenere tutto in ordine e il resto. D’altra parte, è così per tutti. E poi ci sono posti bellissimi anche qui. Sai che ti dico? Dovremmo uscire più spesso. Ma è un’estate così calda. Pensi che rinfrescherà? Ora comunque è già più fresco, mi pare».

    «Ho sete. Dammi dell’acqua minerale» disse Michail.

    «Non ce n’è» disse Il Borgna.

    «Della birra?»

    «La devono portare stasera».

    «Che cosa è rimasto?»

    «Vado a vedere». E tornò di sotto.

    Ne approfittò per scaldarsi una tazza di latte nel microonde e ci versò dentro il caffè nero avanzato del giorno prima. Aveva fame, ma in frigorifero c’erano solo tre albicocche, del succo d’ananas e uno yogurt di soia. Aprì il succo e lo annusò: aveva un odore rancido, vagamente alcolico. Il Borgna si rigirò il cartone tra le mani e, mentre cercava la data di scadenza, si mise in bocca l’albicocca intera e sputò il nocciolo centrando perfettamente il bidoncino dei rifiuti organici.

    «Succo d’ananas, ma non è fresco» disse a voce alta.

    «Porta su!» risposero frusciando in coro da sopra.

    Il Borgna versò il succo in un bicchiere e sulla superficie si formò una schiuma elastica. Gli venne in mente che doveva ancora farsi la barba. Prima di risalire aprì la porta dello stanzino: sugli scaffali metallici stavano stipati gli scheletri di quelle lampade da scrivania nere su cui un tempo – quando ancora si tenevano i corsi estivi – morivano friggendo le zanzare e le falene, vecchie edizioni di manuali stampati in tiratura eccessiva, quotidiani, il suo rasoio a lama. A terra una catasta di boccioni d’acqua minerale vuoti, gli stivali e un cumulo di biancheria sporca. Doveva decidersi a chiamare la lavanderia. Si infilò gli stivali e risalì. La schiena gli doleva: maledetta poltrona, l’avrebbe scambiata con una branda pieghevole alla prima occasione.

    Il citofono suonò. Il Borgna posò il bicchiere con il succo d’ananas fermentato sul tavolino di fianco alla porta, tra le cartoline promozionali.

    «Chi è».

    «Ho chiamato poco fa, per il romanzo».

    «Ma certo».

    Il Borgna aprì un cassetto, infilò qualcosa in tasca, poi premette l’apertura automatica del portoncino e uscì. Le foglie della kentia seccavano immobili nell’aria rovente. Si piazzò al centro del cortile, le gambe larghe, le braccia lungo i fianchi, lo sguardo tagliente in direzione dell’ingresso. Il cane giallastro raspava con ottusa insistenza sullo zerbino.

    «Non divertirti troppo» gli suggerì Cormac da dentro.

    Si udirono i passi nell’androne: Il Borgna premette con l’indice gli occhiali sul naso e sgranchì le dita della mano sinistra. L’uomo era abbronzato, l’aria riposata, il camiciotto a fiori, bermuda e sandali; portava con sé una spessa cartelletta formato A4.

    «Fine del viaggio» disse Il Borgna. E sparò.