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Chi ha paura dell’IA? Quattro domande a Andrea Cristallini

    Aspettando l’incontro “Cronache dell’IA. Storia romantica dell’intelligenza artificiale” che si svolgerà domani sera nella sede di Belleville, abbiamo chiesto a Andrea Cristallini, responsabile della comunicazione per Google e curatore del ciclo di appuntamenti “Tra l’inchiostro e il codice”, di rispondere a quattro domande sul rapporto tra intelligenza artificiale e professioni creative.

    Buona lettura!

    1. In che modo lo sviluppo delle IA ha influenzato e continua a influenzare l’immaginario degli scrittori e scrittrici di oggi?

    Sono secoli che immaginiamo macchine che scrivono da sole. Ne parla già Leopardi nelle Operette Morali, in cui immagina automi a vapore che “trattano le cose umane e fanno le opere della vita”. E ancora prima Swift quando fa arrivare Gulliver all’Accademia di Lagado, dove uno strano assortimento di scienziati è immerso negli esperimenti più improbabili. Forse potremmo invertire la domanda e dire che è l’immaginario degli scrittori e scrittrici ad aver influenzato lo sviluppo delle IA? Anche perché il nostro rapporto con la tecnologia è sempre mediato dalla cultura. Mary Shelley con Frankenstein ha davvero creato un mostro, nel senso che ha stabilito un paradigma negativo della nostra relazione con le macchine, un’impostazione che oggi fatichiamo a cambiare. Parte del problema nasce forse dal fatto che, da altrettanti secoli, cultura e scienza sono viste come due regni separati e in netta contrapposizione. Ma questo solo perché spesso rifiutiamo di vedere i tanti esempi che ci mostrano il contrario, anche in Italia. Penso per esempio al Sistema periodico di Primo Levi o alle Cosmicomiche di Calvino, ma anche al Nome della rosa di Eco, che al tempo fu aspramente criticato con l’accusa di essere stato scritto – delitto imperdonabile – con un computer. Insomma la storia si ripete, ma tra questi due mondi resta una congiunzione possibile, probabilmente necessaria.

    2. Che impatto avranno le “storie sintetiche”, cioè scritte e illustrate dalle macchine, sull’ecosistema mediatico e editoriale?

    Non esistono storie scritte o illustrate da macchine che non siano il risultato di un fondamentale contributo umano, da chi ha ideato la tecnologia fino alla persona che l’ha attivata con una richiesta, il prompt. Quanto ai libri scritti male che invadono gli scaffali, già Seneca se ne lamentava duemila anni fa. Più che un diluvio di testi scadenti – li leggeremmo? – potrebbero nascere nuove idee e forme di composizione, proprio grazie a un uso consapevole dei nuovi strumenti. In passato, le scoperte in campo artistico hanno portato a esplorare direzioni prima impensabili: la fotografia, che per qualcuno doveva essere la morte dell’arte, ha invece spinto chi dipingeva a cercare nuovi linguaggi – e così ha fatto anche un procedimento geometrico come la prospettiva. A cambiare, come conseguenza, sono le esigenze, le aspettative e il gusto estetico. Anche del pubblico.

    3. Quali consigli daresti a uno scrittore o scrittrice che voglia provare a giocare e/o collaborare creativamente con le IA generative?

    Direi provarle con una certa leggerezza e, appunto, giocarci. Cominciare a chiedersi in che modo potrebbero diventare parte di un processo creativo, così come già lo sono altre tecnologie che oggi diamo per scontate. Il computer, internet, la stampa. A fare la vera differenza nella qualità delle risposte, però, sono le domande, cioè il nostro contributo, e poi la nostra capacità di elaborare il risultato. Vale anche la pena capire come funzionano queste IA, perché sono strettamente probabilistiche, cioè trovano relazioni tra elementi statisticamente vicini. Possiamo quindi usarle come palestra per l’immaginazione, che invece permette di avvicinare i concetti più distanti, e sperimentare nuovi modi di raccontare, diversi da quelli a cui siamo abituati. E poi è importante capire cosa sanno fare già bene, perché è probabilmente ciò di cui ci stancheremo più in fretta.

    4. Una famosa vignetta del New Yorker mette in scena un umano “demansionato” che svolge lavori manuali mentre la macchina si dedica alla scrittura. Quali sono, dal tuo punto di vista, i maggiori rischi connessi allo sviluppo delle AI generative?

    Mi viene in mente la fiaba di Gianni Rodari in cui un bambino rinuncia al suo cervello per una macchina che fa i compiti, e così leggero senza più pensieri comincia a volare nella stanza, finché il papà deve metterlo in gabbia per evitare che si faccia male. Alla fine il bambino si sveglia da quello che era solo un brutto sogno, e questa è un po’ la situazione su cui ironizza la vignetta: la tentazione di delegare le facoltà mentali a una macchina è un errore tutto umano, e un’illusione che a volte fa sorridere, a volte preoccupa. Il vero rischio è pensare che la realtà sia riducibile a un insieme di dati che possiamo estrarre e riprodurre a piacere, affidandoli a una macchina, mentre sappiamo che già la nostra memoria, per esempio, non è mai completamente oggettiva. È importante restare in ascolto di quel che sfugge al processo tecnologico, e questo è anche il compito della cultura. In questo senso, siamo turbati dalle macchine che scrivono quanto lo era Socrate dalla scrittura. L’alfabeto e i libri sono già dispositivi esterni che ci permettono di ragionare e immaginare con la mente più leggera, un po’ come il bambino della fiaba, e la tecnologia del nostro tempo sembra continuare su questa strada diventando epistemica, come dicono alcuni, cioè creando nuove conoscenze. Allora dovremmo forse chiederci perché leggiamo quel che leggiamo. Quanto è importante il contesto? Che ruolo ha la figura dell’autore, o dell’autrice, e la sua biografia? È uno dei grandi temi aperti dal Novecento. Leggiamo per appassionarci a una storia, per conoscere cose nuove, oppure per entrare in relazione con gli altri e il mondo? E perché scriviamo? Bisognerebbe anche chiarirsi su cosa si intende per demansionare. Le attività manuali e ripetitive sono proprio quelle che più spesso le macchine hanno sostituito – anche se ancora faticano a tagliare i capelli o allacciare una scarpa. Il tema posto da queste trasformazioni è, se mai, ripensare l’organizzazione del lavoro e la distribuzione dei benefici in modo equo. Forse un antidoto, per la scrittura, è non diventare ripetitiva.