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“Valle”. Il racconto vincitore della borsa di studio “Giuseppe Pontiggia” 

    Valle di Fabio Rodda è il racconto vincitore della borsa di studio “Giuseppe Pontiggia” per l’ottava edizione della Scuola annuale di scrittura.Una storia di formazione incentrata sulla giovinezza e gli amori del protagonista, su un coming out negato dalle rigide convenzioni di una comunità da cui il personaggio non riesce a staccarsi. Un esempio di come si possano tratteggiare in poche pagine un personaggio e la sua relazione complessa, non scontata con l’ambiente che lo circonda. 

    ***

    Fa già molto freddo per essere solo autunno. La gente della valle non ha mai smesso scarpe e giacche da montagna e adesso in abbinato spuntano pantaloni di pile e maglioni sotto i berretti di lana. Qui i pomeriggi si passano al bar, come le mattine, come le sere, presto, perché la sera appena più tardi poi si va a dormire e ci si alza all’alba. Anche se non si ha niente da fare.

    «Na olta la val l’era piena de gente, soprattutto d’estate: ghe n’era quei che i rivea dalla bassa, arrivavano in villeggiatura a respirare l’aria buona, i svizzeri che i tornava con le macchine nuove e le famiglie che non parlavano l’italiano – ma il dialetto, sì – per venir a trovare il nonno ancora vivo. I veneziani che rivea e no savea guidar, ché a Venezia non ghe n’è le strade. I trevisani coi macchinon da ricconi, che poi i se fermea a fare i picnic nei posti più assurdi a bordo strada o nel pra de casa toa, senza nianca domandar permesso: lori i è trevisani. Poi la valle l’ha tacà a morir, ha cominciato a svuotarsi. Negli anni Novanta, se te n’dea al bar a sta ora, te catea decine de boce come ti, anche più giovani: ti ormai te s’è n’om. Adesso, vara: siam qua mi e ti e quel là, che no’ l’è neanche del paese, che gioca alle macchinette. E si gioca la pensione della moglie, la sorella de Toni, quel che ’l vivea su dalla Modesta. Hai capito, no?»

    «Certo, Bepi. Certo.»

    «Ma te me par strac, mi sembri stanco, te. Lavori troppo, sai? Tutti i giorni in giro in macchina, mai ’na pausa.»

    «Ma no, dai. Ho la solita faccia. Son solche pi’ vecio, no? Come tutti qui.»

    «Macché vecio, ti! Che te se ’ncora ’n bocia. Vardeme a mi: mi son vecio, che ormai gli amici non li ho neanche più su in casa di riposo, li vado a trovare direttamente al camposanto!»

    «E chi t’ammazza a te, Giuseppe? Te era già vecio quan’ che ti ho conosciuto io, che facevo le medie.»

    «Sì, e mi venivi a rubare le susine nel prato, mi ricordo, sai, di te e di quel disgraziato di Giovanni. Per fortuna che poi tu hai raddrizzato la testa, che quel là l’ha fat la fin che ’l se meritea.»

    Giovanni. Chi va a ripescare il vecchio Beppe? Che forse fingeva, forse davvero non ha veramente mai capito cosa ci andavamo a fare io e Giovanni nel suo capanno, nel campo che nessuno curava più da anni.

    «Chissà come se la passa Giovanni…»

    «Come vuoi che se la passi quello lì, sarà in qualche galera in Spagna, che da qui gli avevan detto di andarsene che se no finiva a Baldenich!»

    Faccio segno al banco di riempirne altre due. Una pacca sulla spalla a Giuseppe: «Vecchio mio, ma com’è che non hai mai capito un cazzo te?» e scoppiamo entrambi in una risata che fa girare anche lo slavo attaccato alla macchinetta mangia monete.

    Giuseppe è un brav’ uomo, uno di quelli che vivono al paese tutta la vita: un lavoro in cantiere per trentacinque anni, poi la pensione, al tempo in cui si andava in pensione e avevi ancora un po’ di tempo da vivere. Non stava più dietro all’orto, il vecchio campo ormai solo prato, in cui io e Giovanni scoprivamo, nella baracca di assi di legno, quello che non potevamo dire a nessuno. Io non ho mai vissuto il paese come gli altri. Non sono mai stato a fare bisboccia da ragazzino nelle casere di montagna, non ho tolto il primo reggiseno alla compagna di classe alla sagra di paese, ubriaco, dietro il camion degli zingari agli autoscontri. Ho sempre amato questa terra così forte e silenziosa. Maestosa. Potente. Dura, certo, ma grande. Che ti invade, ma che ti riempie, che non ti lascia mai. Che ti giudica. Non potevo vivere come gli altri ragazzi che si sfidavano a bere e correre coi motorini, anche se non avevano l’età. Li guardavo, ma per loro sentivo cose che sapevo non avrei dovuto, desideri che non potevo raccontare. Poi è arrivato Giovanni: il papà trasferito qui dalla città. Carabiniere. Solito trasferimento punitivo, chissà a chi aveva rotto le scatole. Giovanni, bellissimo nei suoi sedici anni di sigarette e bottiglie di grappa al mirtillo e China Martini e qualunque altra cosa ubriacasse ogni sera, gli occhi verdi sotto quei capelli un po’ lunghi e sempre arruffati, neri e densi come petrolio. Venne dritto da me, il primo giorno davanti a scuola, a chiedermi se avevo da fumare. Io neanche sapevo come si faceva a fumare. Ma per lui avrei imparato. Poi, quel pomeriggio al fiume, quasi nudi, a ridere e tuffarci. Quello sguardo, la pelle che si accappona e un fuoco in basso, sotto lo stomaco. Così, abbiamo cominciato ad andare a rubare le susine, come diceva Carlo.

    «Vecio, lo so: al paes l’è drio a morir. I vecchi sono sottoterra, gli svizzeri non tornano più, che ormai si sono fatti vecchi anche loro nelle loro nuove valli e non ci sono più amici o parenti da venire a salutare. I ragazzi se ne sono andati e chi è rimasto non fa figli. Niente lavoro, niente soldi, niente bambini. Il paese si spegne.»

    «Ah, so ben. Lo so. Otu farghe che? Come biasimarli? Adesso è un mondo tutto diverso. Mi no’ ghe capis pi gnint, non capisco più niente, di tutte ste robe, ma capis che no ghe n’è laor né schei, niente lavoro e niente soldi. E, allora, come cento anni fa, te toca andar via.»

    Bepi non aveva capito, ma il papà di Giovanni aveva sentito delle voci. Ci aveva spiati, spirito da sbirro, e ci aveva visti. Il pomeriggio dopo, Giovanni non era venuto al capanno, né il giorno successivo a scuola. Io non avevo dormito né mangiato per una notte e due giorni, ma sapevo che non potevo telefonare in caserma chiedendo del mio amore vietato.

    Poi lui era ritornato. Qualche livido, un taglio sul labbro, e uno sguardo diverso. Non mi parlava più nel corridoio della scuola; non eravamo più inseparabili.

    «Però qualcuno resta, Bepi. No? Tieni anche il giro di prima, per favore», dico alla ragazza che è uscita dal bancone per portare le bevute al tavolo, «ma se non ci fossi tu mica resterei al paesello, che cosa ci vengo a fare al bar se non per offrire due ombre a te che mi fai ricordare le cose che se no dimenticherei?»

    «Voi boce non vi ricordate più niente. Sempre detto io!»

    «Vero. Peccato che io non sono più nemmeno un bocia, amico mio. Ce la fai a tornare a casa, vero? O vuoi un passaggio?»

    «Sta’ bon Andrea, l’è sessant’anni che ’l trator me porta a casa tutte le sere. Lo farà anche stavolta.»

    «Bene, dighe de no’ sbaiarse co la strada. E non farlo aspettare qua con altre ombre, che è già un gran freddo, l’è fret fora stasera.»

    «Va ben, va ben, vara che ci pensa già la Giuliana, qui, a non darmi più da bere dopo le otto di sera.»

    Un saluto alla ragazza dietro il bancone. Poi lo scampanellio della porta e il buio fuori dal bar. Con un paio di bicchieri di rosso la testa è più leggera. In macchina alzo il riscaldamento, qualche cima lontana è già spruzzata di neve. Un minuto a scaldare il motore, che non si rovini l’avviamento. Attento, devi stare attento. Chissà se è lo stare attento il lascito più grande dell’infanzia tra questi monti. L’essere parchi. Morigerati. L’essere silenziosi. Nascere e crescere in una valle, in una terra bellissima circondata da montagne di prati e granito. Cosa vuol dire essere nato qui? Quanto ti segna, dentro, crescere qui? Il cielo è limpido come sempre, quando non piove, da queste parti. La strada fino a casa, poche curve. Ho bisogno di stare un po’ in giro, PierVittorio può aspettare ancora un pochino. Giovanni. Ma cosa mi ha tirato fuori, stasera, quel vecchio matto? Pensavo di amarlo. Credo sia stato, anzi, è stato il mio primo amore. Il mio primo dolore. Prendo la provinciale, verso lo sbocco della valle, verso la bassa. Strada percorsa mille e mille volte, tanto che non serve nemmeno guardarla troppo: ho bisogno di un po’ di tempo per lasciar andare i pensieri. Chissà se sarei venuto su frocio lo stesso in questa valle del cazzo se ci fosse stato un uomo a insegnarmi come ci si fa la barba, invece che mia madre, i suoi rossetti pastello così casti e le scarpe col tacco basso che le rubavo per sfilare in corridoio quando usciva. Chissà se quello che sei è già scritto da qualche parte o se diventi quello che ti circonda. Montagne, silenzio, solitudine, mia madre. Chissà se la vita poteva andare diversamente. Pensieri inutili da vino troppo pesante.

    Dopo quella mattina di silenzio a scuola, ero tornato nel campo di Giuseppe e avevo aspettato Giovanni. Non si fece vedere per giorni. Poi, quel pomeriggio arrivò al capanno. Ricordo i suoi occhi bassi, le mie domande e il suo silenzio. Mi baciò con forza, mi abbassò i pantaloni, mi girò contro la parete. Posso ancora sentire l’odore del legno vecchio che mi grattava gli avambracci. Lo facemmo così, in silenzio, senza amore. Fu violento, ma non volevo che smettesse. Non lo era mai stato prima. Mi fece male. Ma io lo volevo comunque. Se ne andò senza dire una parola, senza mai alzare gli occhi e non tornò mai più al capanno. Mi evitava a scuola, iniziammo a frequentare amici diversi o, meglio, io tornai a chiudermi a casa a leggere, Giovanni a fare lo sbandato del paese coi più grandi, quelli che nelle casere in montagna ci andavano a bere, fumare, poi a farsi. Qualche furto, sempre salvato dallo stesso uomo graduato che lo aveva condannato quella sera, dopo averlo visto con me in quel campo. Poi, nemmeno il padre poteva più tenerlo fuori di galera: le ragazzate erano diventate risse, armi, eroina. E così, si dice, il papà lo cacciò su un aereo con biglietto di sola andata per Barcellona, dove avevano lontani parenti. E di Giovanni, in paese, erano rimasti solo una leggenda e i miei ricordi sparsi sulle assi di legno del capanno del vecchio Bepi.

    Accelero sulla strada deserta, cerco di rallentare i pensieri. Sono passati così tanti anni, così tante vite, eppure tutto quello che sono è quel capanno, quegli schiaffi e quel silenzio. Adeguati. Silenziosi. Crescere quassù ti fa diventare una pietra. Ecco cosa ti dà di diverso dagli altri: diventi una pietra. Non puoi piangere, non puoi ridere troppo forte. Non puoi abbracciare troppo, non puoi gridare. Sono cose da mollaccioni o da quelli del Sud, sempre pronti a frignare, far casino, stracciarsi le vesti e invocare l’aiuto di qualcuno, di Dio. Sono cose che non si fanno. Qui ci si rimbocca le maniche. Qui non si chiede aiuto: ci si aiuta da sé. Aiutati che Iddio ti aiuta: lo sento ripetere da quando sono nato. Qui diventi quello che ti circonda: pietra. Quassù cresci come il panorama che hai negli occhi fin da bambino: circondato, chiuso.

    Le curve s’inseguono veloci, una dietro l’altra. Così i ricordi, aiutati dal vino rosso e dalle chiacchiere di Giuseppe. Tornano gli anni dell’università e l’incontro con quel ragazzo di Ravenna. Chissà poi perché aveva voluto andare fino a Trento a studiare, lui che veniva dal mare e poteva rimanere a vivere al sole. Con lui, nelle lunghe notti in quella mansarda scassata, freddissima e piena di spifferi, avevo scoperto cosa volesse dire amare “da grandi”: guardarlo mentre si girava nel letto, le sue spalle forti, le braccia sicure. Con lui, con Dario, parlavamo di quanto fossimo diversi, noi due, cresciuti in due posti tanto differenti: lui aveva negli occhi il mare, l’orizzonte aperto da tutti i lati, sconfinato. Non aveva paura quasi di niente, anzi, era attratto da tutto ciò che sapeva di nuovo, diverso, sconosciuto, come una falena dalla luce. Aperto, sereno e placido. Tutto era fattibile, tutto possibile, perché no? Cosa poteva ostacolarlo? Dario era tranquillo, accogliente come io non ero né sarei mai stato; ma era debole, un piagnone che non sapeva badare a se stesso, che aveva bisogno di tutto e tutti. E che poi quei tutti li poteva perdere senza drammi: così scorre la vita. Forse, quando cresci in un posto placido d’inverno, pieno di gente sempre nuova ogni anno d’estate; in spiaggia, abituato al tuo corpo seminudo e a quello degli altri, è naturale venir su leggero, felice, ma pure inconsistente. Glielo dicevo che mi avrebbe lasciato, perché era nella sua natura passare, prendersi quello che voleva e poi andare avanti. Qui, tra i monti, non si poteva toccare nulla che qualcuno ti sgridava. E l’estate la gente non cambiava, era sempre la stessa ed era sempre coperta, anche a Ferragosto. Il corpo si usava per lavorare e il pensiero che fosse fatto per godere era un’idea peccaminosa. Qui, tra i monti che ho sempre amato, cresci chiuso; ma chi entra, poi, è dentro per sempre. E sempre è sempre. Non una stagione.

    Quando mi lasciò, dopo avermi tradito al secondo anno con una matricola, non mi crollò il mondo addosso: sapevo che sarebbe successo. Sapevo che era un debole, che aveva bisogno della sua leggerezza, della sua curiosità.

    La macchina scivola silenziosa sulla ghiaia del vialetto di casa. È ora di tornare in me, di lasciare fuori dal cancello ricordi e pensieri inutili. Da dentro, una luce bassa in salotto: PierVittorio starà leggendo. La portiera si chiude, i monti si incidono puliti sullo sfondo di un cielo pieno di stelle. Le frecce lampeggiano, il rumore delle sicure che scattano e la chiave nella toppa. Dal salotto musica che, come sempre, non conosco e un: «Ehi tesoro! Ti eri perso?», che arriva felice come un bacio.