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Tante voci, la mia voce. Tre allieve raccontano il corso annuale

    Per la prima volta nella sua storia, la Scuola annuale di scrittura raddoppia: con la classe della settima edizione al completo, sono aperte le iscrizioni all’ottava edizione, eccezionalmente in programma a Milano dal 27 febbraio 2023.

    300 ore di lezioni, esercitazioni e laboratori per imparare le tecniche delle narrazione e condividere idee, spunti, consigli di lettura, lavorando quotidianamente con professionisti della scrittura e dell’editoria.

    Per prenotare il colloquio di ammissione con il tutor Davide Borgna, su zoom o in presenza, si può scrivere a info@bellevillelascuola.com. Il corso sarà presentato sabato 28 gennaio alle 15:00 in via Carlo Poerio 29 a Milano.

    Aspettando l’inizio del nuovo corso annuale, abbiamo chiesto a tre studentesse delle scorse edizioni di raccontarci la loro esperienza a Belleville. Ci hanno risposto così:

    Francesca
    Dare corpo, voce e sensi a un personaggio assieme a Laura Pariani e a Nicola Fantini, scoprire che esistono svariati modi di raccontare e tramandare una vita grazie a Edgardo Franzosini, giocare con il tempo e mettersi alla prova con Enrico Ernst, sentirsi parte di un unico grande flusso di pensiero alla fine di ogni incontro con Stefano Raimondi, chiacchierare con le compagne e i compagni di classe – che poi diventano compagni di viaggio, amici – ritornare a casa e rielaborare, applicare i consigli, trasformare i passanti e le ombre in protagonisti… Arrivando a capire che ogni lezione, ogni compito, anche quello che ti sembra più difficile, incomprensibile, perfino sconclusionato, è una tessera fondamentale e irrinunciabile del puzzle che stai costruendo. Del tuo romanzo. Di te.

    Amanda
    Scrivere è un’attività solitaria, eppure Belleville, ancora prima di iniziare i corsi,
    nella mia mente, è sempre stata associata a una rete; era un’immagine inconscia e non sapevo bene spiegarmi il perché.
    Lezione di filosofia della scrittura: “Cos’è per te la parola?”
    Mi ci metto con tutto l’impegno, una scrittrice deve saper definire la parola meglio degli altri. Ho cercato le metafore più appropriate, più strappalacrime, più uniche. Ho aspettato il mio momento, quello in cui l’insegnante avrebbe letto le mie parole di fronte ai miei compagni: la scrittura è un’attività solitaria e anche lievemente egotica.
    Il momento non è mai arrivato. Il mio testo, ho scoperto poi, era stato smembrato,
    spezzato e ricomposto casualmente con quelli del resto della classe. L’insegnante
    legge: il nuovo componimento è di tutti e non è di nessuno, sono più voci, è la mia
    voce. Quando il mio ego si è ripreso dallo shock mi sono sentita cadere, come una
    funambula che sbaglia il passo, qualcosa mi salva, è solido, è indefinibile, so solo che è un intreccio di qualcosa: una rete.

    Erika
    Dal momento in cui sono stata accettata alla Scuola annuale 2019-2020, ho cercato di portare a termine l’idea di un progetto che mi girava per la testa dal 2013: scrivere la mia storia. La difficoltà stava nello stile con cui volevo trasmettere il mio messaggio: volevo sensibilizzare, informare o sfogare e basta?
    Non avevo ancora una risposta il giorno che un insegnante ci affidò il compito di scrivere una lettera al destinatario del nostro lavoro. “Se parlate a qualcuno in particolare, mentre scrivete, raccontategli il vostro progetto e provate a spiegargliene il significato.”
    Scrissi due pagine fitte per raccontare a una persona a me cara che la mia storia gli sarebbe servita per tanti motivi: vivere meglio, per esempio, o imparare dai miei errori. Quando la mia lettera venne letta in classe, il professore la commentò chiedendomi quanti anni avessi.
    “Ventiquattro” gli risposi.
    “A ventiquattro anni cosa puoi saperne, della vita?”
    “Conosco quello che ho vissuto” provai a difendermi, al che lui mi sorrise e mi chiese: “E con questo, chi ti dà il diritto di scegliere cosa sia giusto e sbagliato per qualcun altro? Di decidere chi sia da assolvere e chi da incolpare? Scrivere sparando giudizi e sentenze è dannoso per il narratore, perché lo rende poco obiettivo e di conseguenza inaffidabile, ma più grave: così facendo togli al lettore la possibilità di scegliere, di esercitare la propria intelligenza e sensibilità. Vivere una situazione e scriverne sono due faccende completamente differenti. Se vuoi scrivere, devi imparare a scinderle.
    È un consiglio che ho custodito e portato con me per tutto il resto della stesura del romanzo, stracciando la lettera e riscrivendola un centinaio di volte. Il risultato è un testo di cui vado orgogliosa perché concede spazio, fa respirare. Per quanto possa essere stato complesso da interiorizzare, è il consiglio più utile che mi sia mai stato dato.

    Redazione Belleville