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Il racconto che ha vinto la Borsa di studio per il Campus

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    Il racconto che ha vinto la Borsa di studio per il Campus estivo di scrittura «Guardare il mondo»

     

    Il 22 giugno inizia il Campus estivo di scrittura per ragazze e ragazzi GUARDARE IL MONDO seconda edizione, tenuto da Enrico Ernst. Il Campus è dedicato a ragazze e ragazzi dagli 11 ai 15 anni e dura due settimane, dal 22 giugno al 3 luglio, con possibilità di frequentare anche solo una settimana.

    Gli incontri sono quotidiani, dal lunedì al venerdì dalle 10:00 alle 13:00. Ogni lezione è costruita come un gioco, utilizzando filmati, immagini, musiche. Nella seconda parte i ragazzi faranno esercizi di scrittura sul tema trattato, che potranno leggere e commentare insieme ai compagni e al docente.

    Le lezioni saranno in diretta streaming su BellevilleOnline, tramite la piattaforma Zoom. Il corso prevede un massimo di 23 iscritti.

     

    Bando della Borsa di studio

    Scrivi un racconto o una poesia a tema libero, lunghi al massimo una pagina. Non ci sono limiti alla fantasia. 

     

    Il racconto vincitore

     

    714 – Broadway

    di Zoe Violetti

     

    Manhattan – NYC, 7:14 del mattino. Ventisei minuti alla sveglia. Avrei tanto voluto aver dormito la notte.

    Mi alzo dal caldo e confortante bozzolo di coperte che avevo creato tra i brevi momenti di assopimento vissuti quella notte e mi allontano da quel comodo rifugio comunemente chiamato letto per dirigermi verso la cucina in cerca della caffettiera. Ancora assonnata, con la vista offuscata e il passo lento e pesante di un elefante, mi ritrovo davanti ai fornelli con la caffettiera in una mano e una tazza bianca con delle buffe scritte, nell’altra. La riempio tutta, spinta da un incalzante bisogno di caffeina e la speranza che questa possa svegliarmi un po’ dallo stato di dormi-veglia in cui sono perennemente inchiodata dalla scorsa sera. Appoggio la caffettiera sui fornelli e mi avvicino alla finestra del mio appartamento sulla Broadway, bevendo il caffè e scrutando fuori per cercare di intravedere il più possibile di Washington Square Park, dove già cominciano a raccogliersi diverse persone per dare inizio ad una delle tante manifestazioni che si stanno tenendo in tutto il mondo a favore della popolazione nera dopo la morte di George Floyd.

    Guardo quelle persone, domandandomi se anche loro, come me, hanno avuto dei timori o dei ripensamenti prima di scendere nelle strade a manifestare per la prima volta. In quel momento, tutti i “se” che non mi abbandonano da tre giorni si fanno più vividi nella mia mente e cominciano a farmi avere dei dubbi sulla mia giornata. Sto quasi per cedere alle mie paure, ma faccio un profondo respiro e ripeto a me stessa che la causa vale il rischio.

    Mi allontano dalla finestra e metto la tazza nel lavandino della cucina, per poi dirigermi verso il bagno. Mi guardo allo specchio. Sembro uno zombie. Mi sistemo un po’ prima di entrare in camera da letto. Mi avvicino alla sedia della scrivania dove ieri ho appoggiato i vestiti che ho deciso di indossare per questo evento. Niente di speciale, vestiti comodi: jeans e t-shirt bianca, viste le alte temperature che si prevedono per la giornata, ma con una giacca di pelle accuratamente piegata sul fondo dello zaino ed un k-way per emergenza, dato che in cielo si può scorgere qualche nuvola poco incoraggiante. Dopo essermi vestita alzo lo sguardo sul monitor del mio computer ancora acceso, dove si possono vedere diversi articoli ancora aperti su come prepararsi per partecipare ad una manifestazione, soprattutto in tempo di Covid-19. Prendo lo zaino che ho deciso di utilizzare, ancora poggiato sulla sedia e faccio uno scrupoloso check up del suo contenuto, per essere certa di non aver dimenticato niente: giacca di pelle, k-way, cinque bottigliette d’acqua (non si sa mai), qualche panino, un kit di pronto soccorso tascabile e, nella tasca interna, delle mascherine e dei guanti di ricambio, una copia del permesso rilasciato per la protesta, la carta d’identità, il portafogli, il telefono e un caricabatterie. Mi metto lo zaino in spalla e prendo la mascherina e il paio di guanti ordinatamente piegati sulla scrivania. C’è tutto. Sono pronta. Non mi sento affatto pronta. Guardarmi allo specchio e vedermi in procinto di uscire, con lo zaino in spalla, la mascherina sul volto, i guanti in una mano e gli occhiali da sole nell’altra rende tutto ciò che sta per accadere spaventosamente reale ed imminente ed io ho il terrore di non essere preparata.

    Ripenso a ciò che mi ha spinta a partecipare alla manifestazione e sento un’ondata di coraggio che mi spinge ad andare verso l’uscita del mio appartamento. Mi precipito verso l’ascensore. Schiaccio tre volte il pulsante di chiamata. L’ascensore non arriva. Riprovo. Non arriva. Ci sta mettendo troppo. Mi lancio verso le scale con il terrore che il coraggio che sono momentaneamente riuscita a trovare possa sparire durante la lenta discesa in ascensore e l’attesa che essa comporta. Scendo velocemente le sette rampe di scale con un irrazionale senso di euforia che mi porta a sorridere sotto la mascherina e rischio quasi di andare a sbattere contro il signor Rodgers del 4B. Arrivo all’ultimo gradino. Mi fermo. Osservo il tratto di corridoio che si estende tra me ed il portone d’uscita. Mi incammino lentamente. Stringo la mano sulla maniglia sapendo che quella è tutto ciò che mi separa dalle mie paure, ma anche dall’affrontarle. Chiudo gli occhi, inspiro e spingo la maniglia verso il basso.

    Esco dal numero 714 sulla Broadway.
    Espiro e apro gli occhi, sarà una bella giornata.

     

     

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