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La bella estate: “Démodé”

    Avventurosa, libera, sospesa: l’estate, si sa, è una stagione a statuto speciale, terreno fertile per il fiorire di nuove storie. D’estate i protagonisti di romanzi e racconti – ma anche di film, serie tv e fumetti – vivono esperienze rocambolesche o drammatiche, scoprono se stessi, stringono nuovi legami, fanno i conti con il passato.
    Per celebrare la stagione narrativa per eccellenza, Belleville ha chiesto ad alcune allieve e allievi di cimentarsi in un racconto estivo. La seconda delle tre storie che pubblichiamo sotto il titolo La bella estate è Démodé e l’ha scritta Stefano Adesso, allievo della Scuola annuale di scrittura, dove ha studiato, tra gli altri, con Walter Siti, Laura Pariani, Giorgio Fontana, Francesca Serafini, Andrea Tarabbia.

    ***

    L’intero paese era un altare sacrificale innalzato all’abusivismo edilizio. Passeggiandoci all’orario giusto, in silenzio, era ancora possibile captare la smania degli impresari che su quelle facciate avevano proiettato i propri istinti speculativi. Era possibile percepire le urla che, quarant’anni prima, capomastri meridionali avevano lanciato in direzione di carpentieri emigrati dalla loro stessa terra.

    Seconde-case-al-mare in cui per nove mesi l’anno la polvere andava stratificandosi su oggetti e mobili di seconda mano, in appartamenti che, liberati dalla presenza umana, si tramutavano presto nei musei dei loro stessi proprietari. E ora che luglio era alle porte, benché quel luogo fosse ancora dominio della piccola comunità autoctona, si avvertiva tra gli abitanti una comune consapevolezza: sapevano che l’equilibrio stava per essere infranto.

    Le tonalità degli edifici, riflesso del benessere economico di quegli anni, sembravano adattarsi alla stagione. Con l’arrivo dell’estate stavano pian piano riprendendo colore: rosa antico, giallo crema, carta da zucchero. Le tende da sole, puntualmente a contrasto, fungevano da monito contro il caldo corrosivo della controra.

    Portici senza alcun passato, di un cemento così grezzo da vedervi i buchi lasciati dalle bolle d’aria, erano sorretti da colonne modulate come un brano elettronico anni ‘80. Allo stesso decennio appartenevano anche i caratteri delle insegne e i nomi delle attività: GOLD LIBRERIA, ad esempio, era scritto proprio così, a caratteri cubitali e rotondeggianti, e veniva dritto da un tempo in cui anglofonia e provincialismo avevano raggiunto una sintesi di perfezione tale da sembrare l’unico modo possibile di vivere.

    Sopravviveva persino una videoteca, e c’era da stupirsi che in vetrina non campeggiassero i cartelloni di Sapore di mare (1983) o Borotalco (1982): la sensazione era che l’attività non fosse fallita, ma si fosse gradualmente dissolta, svuotata di senso dalla fine del millennio. Finché un giorno il titolare aveva deciso di non presentarsi più al lavoro. Un placido senso civico cittadino, unito a un generico disinteresse per il progresso, aveva contribuito a conservarla immacolata, proteggendola dalla razzia che le sarebbe toccata altrove.

    Il torrente che dava il nome al paese attraversava quelle case di sbieco, quasi lungo il perimetro comunale, sfociando stanco e ormai contaminato in un mare bluastro e impervio, dalla verve oceanica e una temperatura evidentemente non ancora calibrata per la stagione. La sua presenza misantropa si scontrava sul bagnasciuga con quella cartolina di civilizzazione che era invece il paese: una Chernobyl la cui catastrofe nucleare era stata l’arrivo del futuro.

    Nel bel mezzo di questo luogo a suo modo eterno era stato calato con prepotenza, probabilmente in un secondo momento, un massiccio viadotto. La struttura, così posizionata, sembrava ancorare il paese al terreno e assicurarne l’immobilità materiale e concettuale. Dipinto di un giallo e un rosso fastidiosamente amichevoli, non faceva che rendere farsesco tutto ciò che lo circondava: gli edifici, al suo cospetto, assumevano le proporzioni stranianti di un presepe.

    Ogni tanto si udiva un treno scorrervi sopra, trasportando gli Italiani del Nuovo Millennio da un luogo del presente all’altro: il che rendeva tutto ancor più irrazionale, perché costringeva ad alzare gli occhi verso il cielo per scrutare un mezzo tradizionalmente di terra, relegandolo a una dimensione quasi divina. Ma la gente del paese sembrava non accorgersi di tutto ciò.

    Noi arrivammo verso le tre e mezza del mattino. A mo’ di speleologi, fummo costretti a lasciare l’auto in alto, all’entrata del paese, dovendo poi affidarci alle doti fisiche per calarci in quella gola del tempo.

    Circa un’ora dopo il nostro arrivo, in spiaggia apparve Joel: quindici anni, mulatto, capelli ricci tagliati in modo da evidenziarne la capacità di estendersi verticalmente e sorriso bianco utilizzato con disinvoltura per chiudere le conversazioni. Il fumo della sigaretta invadeva i suoi polmoni ancora vergini, mentre la bottiglia di amaro che aveva con sé segnalava una sorprendente maturità alcolica.

    In un luogo e un tempo che ancora non conoscevano immigrazione, agli occhi catarattici degli abitanti doveva sembrare una creatura mistica, pensai. Era, con tutta probabilità, l’unico ragazzino ad abitare quel posto.

    Joel si avvicinò a noi senza paura, come farebbe un’entità che non tema più alcuna minaccia fisica. Conosceva gli orari, i flussi e le energie del luogo, e in base a quelli si stava muovendo anche stanotte, assaporando il sollievo delle prime giornate post-scolastiche: la distinzione tra giorno e notte andava assottigliandosi e l’orologio biologico restava sul comodino.

    Senza rendercene conto, lasciammo che ci guidasse: ci indirizzò verso il miglior forno del paese, in cui ancor prima che facesse giorno mangiammo una focaccia talmente soffice da poterne apprezzare la struttura molecolare. E sapeva dove recuperare birra gratis: ma, sottolineò, “se volete farlo non dovete farvi riconoscere”. Il che mi lasciò inquieto: a un paio d’ore dall’arrivo si faceva sempre più prepotente la sensazione di non aver visto, lungo la strada, un qualche cartello che segnalasse il divieto d’accesso alla zona: commettervi persino un crimine, ora, poteva seriamente alterare l’algoritmo di quel posto.

    Di contro, Joel lasciò intendere di avere con sé un paio di spinelli, agendo al riguardo con la massima tranquillità: il paese sembrava esercitare una giustizia propria, accondiscendente nei confronti degli abitanti sotto la propria giurisdizione.

    Questo Palazzo d’Inverno stava per essere deposto dalla Rivoluzione di Luglio, ma al momento ancora nessun assalto alla quiete pubblica era stato registrato. Un genitore che avesse intimato al figlio di rincasare presto sarebbe risultato inconsistente: quale minaccia può incombere su ciò che è già morto?

    Joel era il nulla, pensai. Materia prima. A quindici anni, potenzialmente, poteva ancora diventare qualunque cosa. Anche solo rincasare mezz’ora prima del solito, stasera, poteva condizionare ciò che sarebbe stato tra vent’anni. Ma avere una possibilità non significa averne coscienza, e così era infatti: lui non ne aveva. Avrei voluto aprirlo con una cerniera, indossare il suo corpo e comandarne le scelte nei momenti cruciali. Una voce dentro di me voleva urlarglielo. Dirgli: “Datti da fare e quando tornerai in questo posto camminerai sospeso a due metri dal suolo, ti guarderai attorno e potrai dare un prezzo a tutto ciò che vedi! E nemmeno sarà abbastanza, perché non lo è. Ma è già qualcosa e noi ce lo siamo persi”.

    Non articolai però una singola parola di questo pensiero, nemmeno una preposizione. Affondai i piedi nella sabbia umida e, seduti in cerchio, continuammo a parlare di noi stessi molto meno in prospettiva di così.

    Ci separammo da Joel che erano le sei del mattino, incrociandolo però un altro paio di volte lungo il percorso di ritorno all’auto, come se si muovesse attraverso passaggi a noi sconosciuti.

    L’ultima volta che lo vidi era seduto su una panchina del lungomare. In mano un quarto di focaccia con cui faceva colazione, nello sprezzo di una corretta alimentazione e di altre norme comportamentali che solo un adolescente in vacanza può permettersi. Osservava il mare come se non lo vedesse ogni mattina da quindici anni. Non c’era stata alba. Man mano che ci avvicinavamo a lui, mi accorsi che stava rivolgendoci lo stesso sorriso con cui si era presentato. Quel sorriso non possedeva alcun significato proprio, era una superficie di lavoro vuota: ci si riflettevano confusamente i pensieri di chi lo osservava, in qualche modo si riordinavano e ritornavano all’osservatore legati dall’amido del senso. Lo fissai, con un’intensità che sfiorava l’emicrania, nel tentativo di capire. Lui voltò gradualmente la testa nella mia direzione, senza emettere alcun suono, quasi a darmi un’interminabile possibilità di farci i conti.

    Infine abbassò lo sguardo, e ritornò alla sua colazione. E io a guardare avanti.

    > Leggi qui gli altri racconti della rubrica “La bella estate”.

    Redazione Belleville