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La terza classificata al Premio Laventicinquesimaora.

    Tra il 2 e il 3 dicembre 2023 si è svolta la nona edizione del premio letterario “Laventicinquesimaora.” dedicato ai racconti brevi. Ciascuno dei partecipanti si è cimentato nella scrittura di un racconto di massimo 3.600 battute ispirandosi a una delle qualità letterarie esplorate da Italo Calvino nelle Lezioni americane: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità.

    La giuria composta da Dario Ferrari, Michele Turazzi e Francesca Cristoffanini ha scelto i tre vincitori.
    La terza classificata è Maria Chiara Conti, autrice del racconto x59 Halbeath, che è ispirato al concetto di rapidità. Il racconto “giustappone le immagini che scorrono al di là del finestrino – tanti piccoli flash che aprono squarci su un mondo solo immaginato – e ciò che accade all’interno dell’abitacolo, lasciando intendere al lettore che qualcosa – un amore? – stia ormai giungendo al capolinea, proprio come l’autobus dove si trovano i due protagonisti” (Michele Turazzi).

    ***

    x59 Halbeath

    L’autobus si snoda attraverso l’impalcatura grigia, cielo e muri di stazione, odore di benzina. Dicono che potrebbe nevicare, caccia le mani in fondo alle tasche del giubbotto pesante – dicono. A te piace la neve no? Annuisce, sospiro meccanico di porte che si aprono, X59, due biglietti per favore, odore di sedili, gomme da masticare. Cammina fino in fondo, si sta meglio. Fammi stare vicino al finestrino però. Un moto impercettibile oltre il vetro, cornice nera intorno a pennellate di edifici schierati.

    La città si muove piano, un parcheggio una curva un semaforo una strada, breve liquefazione, case appartamenti macchine un parco un parco enorme e poi un semaforo, la strada macchiata di rosso, la tempera torna solida.

    Colonna di auto, un uomo che guarda fuori dal finestrino, tiene la mano sul volante. Guarda verso di lui. Il verde prende il sopravvento, mette le dita attorno al cambio, motori che tossiscono, il quadro è mobile, scorre tutto di nuovo.

    Un ponte un mare grigio parete bianca cortile un’auto parcheggiata se non fosse così veloce, se si fermasse, vedrebbe un ragazzo che torna a casa varca la soglia saluta sua madre butta lo zaino per terra si sdraia sul divano è andata bene è andata bene non ti preoccupare, e quel tuo amico quando viene a trovarti? – una scuola ardesia sui tetti verde attorno agli alberi sui campi che volano inseguiti dalle case le case sono ancora più veloci, vuoi mangiare?

    Il nastro liquido si interrompe, le case scompaiono, compare il suo viso. Sì, per favore, è avanzato qualcosa? Qualche panino. Argento che guizza sotto le sue mani, la stagnola che si ritira in una sfera imperfetta. Ecco il tuo. Sei arrabbiato con me. Non sono arrabbiato, no. Smette di guardarlo, il nastro liquido si riaccende.

    Ville a schiera, bianche grigie azzurre, tetti dentellati giardini curati giardini incolti stivali di gomma usati come vasi per fiori, una docente di letteratura inglese che si nasconde tra i muri di quelle case, è seduta alla scrivania che affaccia sulla distesa verde ha vissuto per tutta la vita con lo stesso uomo e adesso può scrivere ha una stanza tutta per sé, pensa: potrebbe essere nostra questa vita, la campagna scorre scorrono le case e le famiglie che ci abitano un dottorato qualche gatto delle tazze di tè bevute di fronte a una nevicata – gli ricorda di quando facevano piani non fanno più piani è la fine gli sgoccioli di una storia condensa sul finestrino, il suo pugno chiuso che la cancella e rivela un verde più intenso nascosto sotto alla brina. Il fiume rinuncia al suo vigore, i colori si compattano.

    Una curva e mentre l’autobus svolta un cartello: strada chiusa. Infatti. Strada chiusa – un cancello spalancato su una strada interrotta, una trama interrotta. Ci stiamo fermando? Non credo no.

    Scorrere indistinto di macchie di colori il verde di un bosco i corpi bruciati dell’erica la strada è un imbuto oltre le parallele dei sedili. Un dipinto che perde consistenza perde familiarità ha percorso quella strada decine di volte la conosce così bene che gli è del tutto estranea.

    E poi quando sta per parlargli quando sta per aprire bocca per dirgli che ha sbagliato che la strada può ancora essere battuta e il cancello riaperto il mondo fuori rallenta, rallenta e poi si ferma. Mugolii e sbadigli di una folla che si alza in piedi e avanza barcollante verso l’uscita. Cielo e muri di stazione, odore di benzina, c’è profumo di neve ad Halbeath. Un leggero senso di nausea. È tutto fermo, tutto immobile. Dice che potrebbe nevicare. Lo so, l’hai già detto. Strada chiusa, un cancello che non porta a niente.

    Redazione Belleville