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Parole nascoste (Mondadori 2023) è il primo romanzo di Arianna Montanari, ex allieva dell’edizione 2020 del corso “Scrivere di notte” e del laboratorio “Ritratto di famiglia”.

In occasione dell’uscita in libreria, abbiamo chiesto a Arianna di raccontarci in che modo la storia è andata definendosi e quali fasi ha attraversato il romanzo prima di arrivare alla pubblicazione.

1. Parole nascoste è ispirato a una vicenda autobiografica, in cui all’amore e all’ammirazione che la protagonista e io narrante Arianna prova per il padre, si mescolano sentimenti di negazione, vergogna e impotenza man mano che i problemi di depressione e dipendenza dall’alcol del genitore diventano più evidenti. Quando si lavora sul vissuto personale, come si stabilisce la giusta distanza da ciò che si racconta? In che modo hai gestito vicinanza e presa di distanza?

Ho cercato soprattutto di non essere troppo indulgente, in primo luogo verso me stessa. Una delle tentazioni più frequenti, quando si scrive di sé, della propria famiglia o di vicende così vicine, è quella di mascherare i difetti, di dipingere tutti un po’ più belli di quello che sono, di patinare i ricordi o di ricorrere a toni enfatici e nostalgici per convincere il lettore che il proprio vissuto – tendenzialmente comune, se non banale, e forse ancora più letterario proprio per questo – sia mitico e irripetibile. Occorre mettere tutto in prospettiva, non perdere mai la presa sul presente perché è da lì che si parte per ritrovare il passato.

A una prima scrittura più di getto, che mi offriva grossomodo la struttura e il materiale emotivo dell’episodio che stavo scrivendo, seguiva perciò una riscrittura, a distanza di qualche giorno, in cui ripulivo tutto. Provavo a rileggermi come se non si fosse trattato di me, ma di un romanzo di finzione, con una lucidità anche un po’ cattiva e sprezzante. Mi sforzavo di tenere lontani una certa forma di idealizzazione che spontaneamente potevo nutrire verso il mio passato e di protezione verso i personaggi, per lasciare emergere la matrice più viscerale, ridotta, asciutta, di quello che stavo raccontando.

2. Nella narrazione gli episodi riferiti alla crescita della protagonista – il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e poi all’età adulta – si intrecciano con vicende collocate in epoche diverse: l’indagine portata avanti dopo la morte del padre nel tentativo di rintracciare l’origine del suo malessere, ma anche la storia dei nonni, la giovinezza del padre, gli anni del fidanzamento e il matrimonio. Come ti sei destreggiata tra questi differenti piani temporali? Qual è il rischio maggiore nell’immaginare un andamento di questo tipo?

Quando mi sono iscritta al corso di Belleville le prime cose che ho scritto erano brevi racconti intorno ad alcuni episodi realmente accaduti che mi erano rimasti sottopelle, da cui non riuscivo a liberarmi. Erano per lo più traumi, noccioli irrisolti a cui ritornavo di continuo e che utilizzavo, spesso inconsapevolmente, come filtro per le mie esperienze del presente. Molti di questi erano accaduti durante la mia infanzia, ma non soltanto, e non sempre si trattava davvero di episodi – a volte erano certe atmosfere, un sapore particolare, un ricordo che non sapevo neanche più se era vero oppure no. È stato piuttosto istintivo prendere le mosse da lì: era quello che mi ronzava in testa e non avevo in mente di scrivere un romanzo, né, a maggior ragione, sapevo come sarebbe stato strutturato. Avevo solo bisogno di mettere su carta alcuni momenti della mia vita che desideravo guardare da fuori, forse per liberarmene o forse per poterli comprendere meglio. Quelle prime scene sono state le fondamenta, i perni intorno ai quali ho costruito tutto il libro, lasciandomi di volta in volta tentare da altri temi, da altri momenti del passato che mi sembrava dicessero qualcosa in più, approfondissero quello che avevo già scritto – e non ho mai voluto che il romanzo si dispiegasse in ordine cronologico perché è proprio così che funziona la memoria, è disordinata, e quando meno ce lo aspettiamo ci tira fuori un particolare momento che non sapevamo neanche più di ricordare.

È stato solo in una fase piuttosto avanzata della scrittura che mi sono resa conto che quello che stavo facendo, il gesto stesso di scrivere, di andare alla ricerca del passato mio e della mia famiglia, era anch’esso materia narrativa. Che  poteva diventare il fil rouge che avrebbe collegato tutti quei singoli episodi, che, altrimenti – e qui rispondo alla tua seconda domanda – correvano il rischio di sembrare un po’ slegati e caotici. 

3. Nelle pagine di Parole nascoste si fa riferimento a un gran numero di documenti raccolti: agendine e taccuini che riportano i pensieri del padre, le testimonianze di vecchi amici e parenti, le considerazioni della psichiatra e dell’oncologa sul decorso della malattia: con che criterio hai deciso cosa tenere e cosa, invece, escludere dalla narrazione?

Non sono una persona troppo metodica – non nell’accezione classica, almeno –, e anche in questo caso lo sono stata molto poco. O meglio, lo sono stata nella prima fase, quella di ricerca, lettura e interviste, ma poi ho lasciato che tutte le informazioni che avevo assorbito sedimentassero indisturbate – detto altrimenti, non le consultavo prima di mettermi a scrivere, e non cominciavo mai a scrivere partendo da quelle – per emergere liberamente nel corso della scrittura, quasi evocate per assimilazione o analogia con altri discorsi.
Ci tenevo però che i discorsi medico-scientifici avessero una puntualità e un peso maggiori (anche banalmente per numero di pagine) perché rappresentavano un po’ il mio punto di arrivo, di pacificazione, e mi offrivano il materiale per dire quello che mi interessava davvero: che l’alcolismo e la depressione hanno un fondamento neurologico, che sono delle malattie e che vanno affrontate come tali, insieme a degli specialisti. Che appellarsi alla forza d’animo di chi sta male o, al contrario, darsi la colpa di tutto non serve assolutamente a niente. Se a vent’anni ne fossi stata consapevole come lo sono ora credo che la mia vita sarebbe andata diversamente.

4. Ci sono modelli letterari a cui ti sei ispirata? Autori o autrici, romanzi o memoir che hai adottato come punti di riferimento?

Sicuramente tutti i romanzi di Annie Ernaux, è una delle rare autrici capace di dire “noi” quando scrive “io” – eppure sono tutti memoir, i suoi. È stato poi importantissimo anche Patrimonio di Philip Roth, capace di alternare profonda commozione e leggerissima ironia.

Un altro romanzo che ha avuto un significato particolare è stato L’invenzione della madre, l’esordio di Marco Peano. Quando andai alla sua presentazione milanese, alla libreria Centofiori, a mio padre era stato da poco diagnosticato il cancro e io non riuscivo a parlarne con nessuno, non potevo neanche pensarci. Vedere che una persona poco più grande di me era già passata attraverso tutto quello ed era riuscita non solo ad affrontarlo, ma anche a dargli un senso, una forma, mi ha aiutata tantissimo.

> Arianna Montanari, Emanuele Galesi e Lorenzo Molino racconteranno la loro esperienza di esordienti in un incontro dal vivo giovedì 23 marzo nella sede di Belleville, a partire dalle 19. Per partecipare, basta prenotare un posto: bit.ly/3kRwGiG


Arianna Montanari

Arianna Montanari è nata a Bologna ma è cresciuta a Milano. Ha studiato Filosofia, lavora alla libreria Colibrì, collabora con alcune case editrici e tutti i giovedì mattina consiglia nuovi libri da leggere nella rubrica letteraria di Caffè nero bollente, su Radio Popolare. Parole nascoste (Mondadori 2023) è il suo primo romanzo.