Ho cominciato a tenere un diario nell’inverno del 1995 e da allora – salvo rare eccezioni – non ho mai smesso.
Quella prima volta io me la ricordo bene: sulla copertina c’era disegnato il giovane Simba del Re Leone, il film che la Disney aveva portato nei cinema proprio il Natale precedente; dal lato dell’apertura, poi, spuntava un gancio con un lucchetto, che avevo letto come una chiara autorizzazione a coltivare anche io finalmente, come i grandi, qualche segreto tutto mio.
Sono nata a febbraio e molto probabilmente quel diario di Simba era stato un regalo di compleanno, anche se non ricordo da parte di chi: qualche compagna di classe? Una delle mie zie? Sono passati troppi anni per saperlo, ma quando penso a quell’oggetto ho anche la certezza che il rituale di compilarlo ogni giorno mi abbia cambiato la vita, incoraggiandone una direzione. E non mi riferisco solo alla scrittura professionale, ma alla scrittura in generale, come attività di riflessione ed elaborazione della complessità del mondo.
All’inizio, le mie pagine erano piene di futuro. Il mondo mi serviva come una madeleine al contrario, presentandomi piccoli dettagli dai quali potermi proiettare in avanti saltando settimane, mesi, anni, per arrivare a vedermi attraversare una strada con una borsa sotto braccio e una lunga coda di cavallo come quella di Jo March nel cartone animato di Piccole donne. Ero una biologa marina, salvavo i delfini, le tartarughe, le orche. Poi ero una cantante, una giornalista, una speaker radiofonica, un’archeologa. Eppure, ero anche già una scrittrice e lo diventavo sempre di più mentre immaginavo e disegnavo i contorni di tutte quelle storie possibili.
A un certo punto, poi, crescendo, tra i miei diari si è infilato il presente. In quel periodo subivo il fascino delle moleskine, e tra quelle piccole pagine, pratiche e trasportabili in un taschino o in una borsetta, io ci mettevo la vita che mi succedeva al momento, le cose che mi passavano davanti, le mostre, i musei, le lunghe passeggiate attraverso città nuove, citazioni da libri che attraverso gli occhi erano arrivati alla testa e si erano poi fatti corpo. È stato in quegli anni che ho scoperto un autore come Pier Vittorio Tondelli e una cosa molto bella che lo scrittore dice in Biglietti agli amici (frammento n.2, quello dedicato a François Wahl):
“Ieri, domenica a Chantilly mentre Severo rapito dal paesaggio autunnale, grigio, sfumato eppure così tridimensionale e profondo diceva: “è un puro Corot” lui si è chiesto perché da qualche anno ama viaggiare, mentre, quando aveva vent’anni, assolutamente no. E trova una ragione: quando era giovane non aveva la scrittura […]. Ora invece tutto lo interessa perché ha la scrittura, ha uno strumento, ha gli occhi, una bocca, uno stomaco per mangiare e guardare la realtà.”
Queste parole ritornano ogni volta che penso alle ragioni per cui tengo un diario da così tanti anni (e quelle per cui non riuscirei mai a smettere di farlo). E se una, certamente, è quella di autorizzarsi ad avere dei segreti – intesi come un mondo privato, interiore, che non necessariamente ci sentiamo di condividere – un’altra sta nel modo in cui la scrittura diaristica ci aiuta a soffermarci sui dettagli del mondo che ci circonda. Scrivendo in modo privato, senza la finalità di essere letti, noi elaboriamo, interpretiamo, digeriamo e poi assorbiamo frammenti di una realtà complessa che ci ostiniamo a voler comprendere o possedere. E poi arriva il punto che preferisco: più selezioniamo questa realtà e la discutiamo, la analizziamo, la mangiamo attraverso la scrittura, più cominciamo a diventare noi stessi.
Lo aveva già intuito una giovanissima Susan Sontag quando scriveva: “Nel diario non mi limito a esprimere me stessa più apertamente di quanto potrei fare con un’altra persona; creo me stessa. Il diario è un mezzo per darmi un senso d’identità” (Rinata. Diari e taccuini 1947-1963, Nottetempo).
Ma allora nasce prima il diario o le scrittrici e gli scrittori che lo compongono?
Nella maggior parte dei casi, il diario e la voce letteraria si sovrappongono ed evolvono sincronicamente. Mentre la pagina scorre e raccoglie e cataloga gli eventi del giorno o quelli del prossimo futuro, la voce seleziona toni, vocaboli, unità di linguaggio e ritmi diversi, alcuni dei quali, un giorno, diventeranno parte di un’identità ben riconoscibile all’occhio di lettori e lettrici.
A volte poi, si tratta solo di fare ordine, come fa notare Melissa Febos nel saggio Questa mia carne. Scrivere di sé come atto radicale (Nottetempo): secondo l’autrice un quaderno bianco è una promessa, perché qualsiasi pensiero decideremo di metterci dentro, avremo sempre la certezza che il caos che portiamo dentro troverà su quelle pagine una forma lineare, più organizzata e con almeno una direzione: quella verso cui compiliamo le parole sulla carta.
E quindi analisi. Riflessione. Organizzazione. Scoperta di sé.
Ma il diario è anche un serbatoio di idee in movimento, e spesso, quando si tratta dei diari di scrittori e scrittrici, col senno di poi si può assistere al momento in cui certe idee sono venute fuori per la prima volta.
Nel 1919 Virginia Woolf diceva che il suo diario non contava come scrittura, ma che scrivere solo per sé stessa era una buona pratica di riscaldamento. In quest’ottica, la scrittura diaristica diventa anche un modo per superare la paura del foglio bianco, quell’inibizione che ci porta a irrigidirci davanti alle infinite possibilità che ci si presentano per cominciare una storia.
Oggi, poi, tenere un diario assume anche un significato che né Sontag, né Woolf, né tutti i grandi diaristi del secolo scorso avrebbero mai potuto prevedere. Si tratta del ritorno alla materialità del pensiero che si ferma sulla carta e si sottrae a quell’immediata digitalizzazione che troppo spesso lo trasforma in cosa effimera.
Errori, cancellature, ripensamenti: il diario ci permette di tornare al testo come materia, manipolarlo in un modo diverso rispetto a come potremmo fare su un documento word oppure sui social. Sulla carta, la scrittura segue l’ampiezza del respiro, si adegua alla stanchezza della mano, esiste insieme ai nostri corpi. E allora affidare i nostri pensieri a un taccuino, più o meno regolarmente, diventa anche il migliore antidoto contro il linguaggio omologato delle intelligenze artificiali.
Un atto di conservazione che pratica il ritorno a una dimensione umana della scrittura, per definizione sempre plurale, diversa, idiosincratica come lo sono le persone con il loro bagaglio di segreti, le loro speranze e i loro sogni.


