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Inventati un problema:
Nello scrivere, fai in modo di affrontare un problema capace di sollevare altri problemi che non ti eri mai posta e che non avresti potuto neppure immaginare.
– da un’intervista del 2016 al Deltona How, la rivista del Deltona High School
Guarda un’idea da più punti di vista:
[Il mio cervello è] un cesto pieno di roba che presto o tardi finisce per organizzarsi intorno a un’idea. Allora procedo a tastoni nella mia stessa mente per capire meglio di cosa si tratta, provo a organizzarla secondo criteri diversi, finché non trovo quello giusto. Scrivi quello che vuoi nel modo in cui deve essere scritto.
– da un articolo del 2006 su The Guardian
Mettiti al di fuori dell’opera:
La collaborazione (con testi preesistenti*) funziona perché mi consente di restare al di fuori dell’opera. Non sono io a organizzarla, a dirigerla o a esserne il cuore… Questo mi permette di non provare ansia, il che libera l’inventiva. L’esterno dell’opera è un posto molto più aperto e più libero rispetto al suo centro.
– da un’intervista del 2004 con The Paris Review
Non preoccuparti delle distinzioni formali tra i generi:
Scrivi quello che vuoi nel modo in cui deve essere scritto.
– da un articolo del 2006 su The Guardian
Non aver paura di premere “Canc”:
Edita con gioia e senza pietà: cancellare è molto divertente.
– da un’intervista del 2016 al Deltona How, la rivista del Deltona High School
Pensa alle poesie come oggetti:
Costruire una poesia è costruire un oggetto. Ho sempre pensato alle poesie più come a dei disegni che a dei testi, disegni in cui puoi fisicamente entrare grazie a quel fatto, quella entità concreta che è il linguaggio.
– da una conversazione con Eleanor Wachtel al festival letterario di Montreal nel 2016
Coltiva la tua voce:
Se leggo una pagina scritta da qualcun altro e mi capita di pensare “Wow, mi piacerebbe scrivere così”, smetto subito perché non voglio essere un’imitatrice. Ho un lato scimmiesco: potrei facilmente ritrovarmi a imitare tutto il tempo, con il rischio di scadere nella parodia. Parlo di parodia perché il mio obiettivo non è diventare un’altra scrittrice, e l’unica relazione possibile con qualcuno che desideri imitare ma non diventare è appunto la parodia. A me, per esempio, piace Mavis Gallant, perciò quando scrivo cerco di non leggerla, altrimenti rischierei di infiltrarmi nella sua voce. Se pure il tentativo di trovare la mia voce avviene a livello inconscio, mi sforzo attivamente di non confluire nello stile di qualcun altro.
– da un’intervista del 2004 con The Paris Review
Spingi il linguaggio alle sue estreme possibilità (come facevano i Greci):
C’è qualcosa nel modo in cui i poeti greci – come Eschilo, ad esempio – usano la metafora che mi attira enormemente. Non credo di poter arrivare al loro livello, ma c’è una densità nelle loro metafore a cui cerco sempre di avvicinarmi in inglese. È una specie di compattazione della metafora, libera dalla preoccupazione della rispondenza perfetta… si colloca sul crinale tra il significato e la sua assenza, ai limiti del linguaggio così come normalmente lo concepiamo.
– da un articolo del 2006 su The Guardian
Fidati del lettore:
Erodoto ha un buon senso dell’umorismo, anche se non penso che scherzi. Oltre ai fatti, espone anche le opinioni e non prova a distinguere tra buone e cattive. Confida che sia il lettore a farlo. Una tolleranza ammirevole… Penso che in [Nox], o in generale, in tutto quello che scrivo, ci sia un tentativo di tolleranza, lo sforzo di mettere nero su bianco ciò che ho potuto capire e lasciare che sia il lettore a dargli il significato che crede.
– da un’intervista con Eleanor Wachtel per Brick
Concentrati sui collegamenti:
Le cose che ti viene spontaneo collegare non sono sotto il tuo controllo. Nascono semplicemente dalla persona che sei mentre vai cozzando contro la realtà. Ma è proprio il modo in cui associ [determinate cose] a rivelare la natura della tua mente. L’individualità risiede nella maniera in cui creaiamo collegamenti… Sai, potrei fare una lista di fenomeni a cui ho assistito, ma non è perché ho visto quelle cose che le collego l’una all’altra: la creatività non emerge a posteriori. Le associo in maniera casuale. E va bene così, mi piace fare le cose per caso. Ciò che mi interessa davvero è: una volta che l’associazione casuale si è manifestata, e mi ritrovo ad avere Simonide e Paul Celan sulla mia scrivania nello stesso momento, che uso faccio del nesso [che si è venuto a creare]? L’uso che ne faccio dipende da tutti i pensieri che ho avuto nella mia vita fino a quel momento e da chi sono nel preciso istante in cui la casualità si verifica. Potrei trovarmi ad associare Simonide e il sedano, poco importa: importa solo nella misura in cui proverò a creare un’opera d’arte a partire da quell’associazione. (Il collegamento) appare totalmente arbitrario da un lato, e, allo stesso tempo, interamente determinato da chi sono io come pensatrice.
– da un’intervista del 2004 con The Paris Review
Ritorna all’idea di partenza (e al foglio su cui l’hai annotata la prima volta):
[Quello che scrivo] spesso finisce per sfaldarsi. Diventa troppo strano perché a qualcuno interessi leggerlo, oppure si diluisce fino a diventare una parodia di se stesso. Seguire il proprio intuito è l’unico modo per restare in equilibrio tra questi due rischi. Tornare all’istante in cui hai avuto l’idea per la prima volta [e la hai annotata su un pezzo di carta] ti riconnette alla convinzione granitica che avevi all’inizio e che strada facendo inevitabilmente è scemata… Perché c’è qualcosa di magicamente assertivo che aleggia su quel pezzo di carta. Le medesime parole battute a macchina su un foglio nuovo di zecca non avrebbero la stessa forza, la stessa assoluta aderenza all’intuizione originaria.
– da un articolo del 2006 su The Guardian
Cattura il mondo che ti circonda:
[George Eliot] è brava anche a descrivere la sera. È come se, all’inizio del capitolo, riuscisse a rendere la luce del mattino e, nell’ultimo paragrafo, il crepuscolo.
Sì, ed è per questo che trovo appagante la poesia cinese e giapponese. Perché mi sembra abbia lo stesso scopo. È il modo in cui colgono la realtà: catturano qualcosa dell’istante fenomenico e poi fanno sì che da esso traspaia un significato più ampio. Credo sia questo l’obiettivo a cui tendere mentre si scrive. Quando tocca a me, però, la faccenda si complica perché provo a parlare anche di mia madre, dei miei calzini o della mia vita sentimentale… sono convinta, però, che se fossi una persona migliore, riuscirei a mettere da parte tutto questo: mi basterebbe descrivere il tempo atmosferico, la neve o l’istante in cui la luce cambia, e ne uscirebbe un’opera d’arte più convincente.
– da un’intervista del 2004 con The Paris Review
Continua a scrivere anche se non sai esattamente cosa stai scrivendo:
Scrivo per scoprire ciò che penso su un determinato argomento.
– da un’intervista del 2004 con The Paris Review
Non sapere cosa stai facendo non ti impedisce di continuare a provarci. Tutti procediamo a tentoni.
– da un articolo del 2006 su The Guardian
* NdT: con il termine “collaborazione” Anne Carson intende da un lato la volontà di lasciar da parte il proprio ego e ruolo autoriale in senso tradizionale per far sì che materiali, voci e discipline diverse si parlino e interagiscano tra loro; dall’altro, Carson, quando traduce, reinterpreta testi di autori classici in contesti moderni rendendo la traduzione un atto di fusione creativa.




