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Lo gnommero è servito. Il “Pasticciaccio” tra cronaca e invenzione

    Le storie crime non nascono quasi mai dal nulla: alcuni fra i maggiori successi della narrativa giallo-noir italiana sono stati ispirati da casi di cronaca, reinventati e riplasmati fino a diventare opere letterarie. Basta pensare a Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda, I giovedì della signora Giulia di Chiara, Venere privata di Scerbanenco, o Romanzo criminale di De Cataldo. Così come la narrativa ha attinto alla cronaca per dare forza e credibilità ai suoi racconti, le forme, i modi e le atmosfere di quest’ultima hanno finito per influenzare la cronaca: i pezzi di “nera” di Dino Buzzati hanno fatto scuola e la ricostruzione dei delitti di Alleghe realizzata da Sergio Saviane rimane un punto di riferimento fondamentale per chi voglia scrivere un certo tipo di storie, a metà tra inchiesta e poliziesco.

    Carlo Emilio Gadda, nell’immaginare il protagonista di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, aveva un intento preciso, il “desiderio di essere romanzesco, interessante conandoyliano: non nel senso istrionico (Ponson du Terrail), ma con fare intimo e logico. Piuttosto Conan Doyle, ricostruttore logico. Voglio differire da lui perché ormai il pubblico lo sa a memoria e non ci si diverte più. In tal caso non basta lo schema tragico del processo, della tragedia […] voglio interessare anche il grosso pubblico […] il pubblico ha diritto ad essere divertito. Troppi scrittori lo annoiano senza misericordia”. Da queste premesse nasce il dottor Francesco Ingravallo, soprannominato Don Ciccio: in servizio presso la squadra mobile di Roma, “ubiquo e onnipresente sugli affari tenebrosi”, il giovane commissario molisano “seguita a dormire in piedi, a filosofare a stomaco vuoto, e a fingere di fumare la sua mezza sigaretta, regolarmente spenta”. Come tanti altri investigatori della tradizione letteraria, anche Francesco Ingravallo è un uomo singolare: incline alla meditazione, ha l’abitudine di scorgere dietro a ogni evento, anche minimo, un ingarbugliarsi di concause, un gomitolo, uno “gnommero” – per usare l’espressione romana – difficile da sbrogliare (“le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti”).
    “Pasticciaccio” è il sovrapporsi e intrecciarsi delle descrizioni del protagonista e degli altri personaggi all’interno del romanzo gaddiano, la compresenza di digressioni e pensieri del commissario, la commistione di lingua letteraria, sperimentale e ricca di neologismi, e di dialetto; e, più in generale, la vita stessa, l’intricata matassa degli eventi che rendono la realtà un caos incomprensibile.


    “Pasticciaccio” è anche l’insieme delle cause che portano al duplice crimine su cui Don Ciccio Ingravallo è chiamato a investigare: le vicende narrate in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, ambientato nel 1927, infatti, ruotano intorno al furto di gioielli ai danni dell’anziana vedova Menegazzi e all’assassinio dell’affascinante Liliana Balducci. 
    Sia il furto che l’omicidio raccontati dallo scrittore milanese avvengono nel Palazzo degli Ori, in via Merulana 219, e non sono del tutto inventati. Fino a qualche anno fa, come riporta il giornalista Paolo Di Stefano in un articolo apparso il 26 luglio 2007 sul Corriere della Sera, si ipotizzava che Gadda avesse tratto ispirazione dal delitto Stern, accaduto il 24 febbraio 1946 in via Gioberti, a Roma: due anziane sorelle erano state ritrovate nella loro abitazione con il cranio spaccato e i sospetti erano ricaduti su un’ex cameriera e una sua amica, probabilmente allettate dalla prospettiva di trafugare gioielli e oggetti preziosi. Come sottolinea lo stesso Di Stefano, però, tra il delitto Stern e i crimini raccontati dallo scrittore milanese esistono diverse incongruenze cronologiche. 
    Una pista più promettente potrebbe essere quella proposta dagli studiosi Franco Contorbia e Giorgio Panizza: il delitto da prendere in esame sembrerebbe un altro, precedente di pochi mesi, avvenuto sempre a Roma la mattina del 19 ottobre 1945, in piazza Vittorio 70, nei pressi di via Merulana. Le sorelle Lidia e Franca Cataldi avevano sgozzato la trentaquattrenne Angela Barruca e il figlio Gianni di due anni e mezzo e, secondo le testimonianze dei giornali, le due giovani assassine conoscevano bene la vittima, avendole chiesto più volte sostegno e ottenendo regali e favori. A differenza dell’omicidio Stern, le date dell’episodio Barruca sono compatibili con la genesi del romanzo gaddiano, e come sottolineano gli studiosi, tra la scena del delitto, gli attori coinvolti, i resoconti che ne fanno i quotidiani, e le pagine del Pasticciaccio esistono molte somiglianze.
    Pur ispirandosi al delitto Barruca, è probabile che Gadda abbia voluto riprendere anche un altro episodio di cronaca nera: la rapina sfociata in delitto ai danni di Maria Laffi, ricca signora romana trentaseienne, uccisa dall’ex ufficiale dell’esercito Luigi Tirone per trafugarle trentottomila lire di gioielli. 

    Altra caratteristica di quel giallo sui generis che è il Pasticciaccio è la decisione di lasciare aperto il caso: il romanzo non si conclude con una vera e propria risoluzione del delitto e con la scoperta del colpevole, e anche sotto questo aspetto lo scrittore milanese anticipa una tendenza che sarà ricorrente nel noir italiano.
    All’inizio, in realtà, Gadda aveva trovato una soluzione al delitto del Palazzo degli Ori e l’aveva esplicitata nella prima versione del romanzo, pubblicata nel 1946 a puntate sulla rivista “Letteratura”, e ripresa poi nelle due trasposizioni cinematografiche (Il palazzo degli ori del 1947 e La casa dei ricchi del 1948) realizzate per la Lux Film. Tale soluzione, però, fu omessa nell’edizione definitiva del Pasticciaccio pubblicata da Garzanti nel 1957, e, così facendo, il finale rimase aperto.

    Luca Crovi

    Dal 1993 è redattore alla Sergio Bonelli Editore, dove cura le serie del commissario Ricciardi e di Deadwood Dick. Autore di saggi e romanzi, ha studiato le origini e gli sviluppi della letteratura poliziesca in Italia pubblicando Delitti di carta nostra. Una storia del giallo italiano (Punto Zero, 2000, nuova edizione Marsilio, 2020), Tutti i colori del giallo(Marsilio, 2002), che ha ispirato l'omonima trasmissione radiofonica andata in onda su Radio 2, e Noir. Istruzioni per l’uso (2013). Per Rizzoli sono usciti i romanzi L’ombra del campione (2018), L’ultima canzone del Naviglio (2020) e il più recente Il gigante e la Madonnina (2022). Ha collaborato, tra gli altri, con Italia Oggi, Il Giornale e Max occupandosi di musica.

    Foto di Anna Mencaroni.