“Prima di avere un nome” di Cristina Prosperio è il testo vincitore della borsa di studio per il laboratorio “Cantiere romanzo” con Pier Franco Brandimarte, in programma a Milano dal 10 ottobre 2026.
Tra verità storica e finzione narrativa, l’incipit porta il lettore nel cuore dell’incidente industriale che nel 1976 provocò il disastro di Seveso, restituendolo attraverso il punto di vista degli operai dell’azienda chimica ICMESA.
Buona lettura!
ICMESA — Sabato 10 luglio 1976, ore 12.30–13.10
Sei uomini in fila indiana attraversano la passerella che porta verso il reparto B, sospesa tra piattaforme metalliche e un intrico di valvole, curve e giunti che nel vuoto del capannone sembrano ponti di una nave. Stretti fra i tubi coibentati, avanzano sotto un fitto gocciolare di condensa che cade sul ferro con un ticchettio regolare. Dagli alti finestroni entra una luce lattiginosa che si impiglia nel vapore. Gli scarponi battono sulle griglie di metallo in un clangore continuo che corre sopra il reparto e rimbalza contro le pareti. Ogni rumore torna indietro: i passi sulle grate, una chiave inglese che cade, una voce lanciata da una piattaforma all’altra. Tutto sale verso il soffitto e ricade amplificato.
Franco apre la fila. Ventotto anni, otto passati in fabbrica. La tuta di cotone gli tira sulle spalle larghe ed è scura di sudore lungo la schiena e sotto le braccia. Vicino ai reattori il caldo rimane intrappolato sotto il soffitto. D’estate sembra di lavorare dentro una serra. Dietro di lui Antonio cammina quasi attaccato. Anche lui calabrese. Più basso, compatto, con le mani grosse da contadino.
Dietro Antonio arriva il Grasso. La passerella vibra appena sotto il suo peso. Cammina lento, con il fiato corto, la tuta aperta sul petto.
Franco si volta quel tanto che basta per guardare Antonio da sopra una spalla. «Oh, ma allora è vero che la Mirella è incinta.»
Antonio abbassa gli occhi senza smettere di camminare. «Perché?»
Franco sorride. «Perché da due settimane ti mangeresti pure i bulloni.»
Uno degli operai dietro schiocca la lingua contro il palato. Qualcuno ghigna.
Antonio fa mezzo sorriso. «Vaffanculo.»
Franco ride. «E secondo me è femmina.»
Antonio lo guarda.
Franco alza le spalle. «Si vede dalla faccia che c’hai.»
Questa volta ride anche Antonio.
Sotto di loro gli operai chini sulle vasche aperte per la manutenzione sembrano piccolissimi. A terra sono appoggiati secchi, stracci e manometri, vicino alle pareti.
Qualcuno guarda già l’orologio. È sabato ed è luglio, e hanno tutti la testa già fuori dalla fabbrica.
Il triclorofenolo impregna l’aria di un odore che si mescola al vapore e al caldo. In bocca lascia un sapore dolciastro, come certi sciroppi per la tosse. Quell’odore rimane addosso dopo essersi lavati. Ma loro ormai non ci fanno più caso.
Oltre le passerelle, il reparto B occupa il fondo del capannone. Il reattore A101 svetta sopra gli altri, immenso. Alto, cilindrico, immobile. È lì da sempre. Fa parte del paesaggio come una ciminiera o un campanile. Nella testa di Antonio non è altro che una pentola a pressione un po’ più grande delle altre. Una macchina semplice. Caricarla, chiuderla, aspettare che finisca il suo lavoro. È convinto che persino sua madre, la Peppina, dopo averlo visto fare due o tre volte, saprebbe mandarlo avanti.
Più indietro Gianni si pulisce le mani sullo straccio. È uno dei manutentori, alto e segaligno, con le braccia annerite fino ai gomiti.
«Fra dieci minuti io sparisco.»
Baffo alza appena la testa. «E indua te vet?»
«All’Idroscalo. Oggi mi butto in acqua e non esco più.» Si passa lo straccio sulla faccia. «E mi porto dietro pure la Giovanna.»
Si dà una pacca tra le gambe e prende a dondolare il bacino avanti e indietro con un’espressione da scemo. «Oggi la consumo.»
Franco gli tira uno scappellotto sulla nuca. «Intanto il Paoletti ieri è partito per la Romagna con l’Alfetta nuova, te capi il diretur, si tratta bene quello.»
Lo dice marcando l’articolo davanti al cognome come fanno i brianzoli del reparto.
«Adesso sarà già sotto l’ombrellone a farsi servire da bere.»
«E num chi dentar a brusa», dice Baffo.
Antonio sente abbaiare dei cani oltre il muro della fabbrica. Prima uno soltanto, poi altri che sembrano rispondersi da un cortile all’altro.
Arrivati alla fine della passerella, cominciano a scendere uno dietro l’altro dalla scaletta di ferro. Antonio rimane indietro un momento. Appoggia una mano alla ringhiera e la sente vibrare.
«U senti?» dice piano.
Franco si volta appena. «Cosa?»
Antonio ascolta ancora. Poi scuote la testa. «Niente.»
Alza gli occhi verso l’orologio del reparto.
Segna le dodici e trentasei.
Franco fa per riprendere a scendere la scaletta. Da sotto qualcuno ride per qualcosa che Antonio non capisce.
Antonio resta ancora un momento con la mano sulla ringhiera ad ascoltare quella vibrazione sottile nel ferro.
Non riesce a capire da dove venga.
Alza gli occhi verso il reattore.
Per un attimo ha la sensazione che stia respirando.
Poi il colpo arriva.
Secco. Metallico.
Silenzio.
Un secondo.
Due.
Antonio pensa che sia finita.
Poi il fischio esplode.
Gli attraversa il petto prima ancora delle orecchie.
Gli uomini si bloccano tutti nello stesso istante.
Come se qualcuno avesse dato un ordine.
Il rumore attraversa il capannone come un petardo scoppiato dentro i tubi. Gli uomini sulle passerelle smettono di scendere. Il Grasso stringe la ringhiera. Le guance molli gli tremano. Per un istante si sente solo il fischio continuo che arriva dal fondo del reparto B. Restano immobili un secondo di troppo, come se nessuno sapesse se scappare o rimanere lì.
Poi il reparto riprende a muoversi tutto insieme.
Qualcuno bestemmia. Dalle vasche aperte si alzano voci confuse.
Dal fondo del reparto B compare Rocco, uno dei manutentori più giovani, corre verso di loro con un fazzoletto schiacciato sulla bocca.
«È saltato tuttu!»
Tossisce così forte che non riesce più a parlare, sembra avere un ciuffo di capelli piantato in gola.
«È saltato il disco! Là dentru continua a uscire.»
La paura gli sporca le parole di calabrese.
Dietro di lui arrivano altri operai. Si spingono addosso e continuano a guardarsi alle spalle mentre parlano tutti insieme, uno sopra l’altro. Uno si tiene gli occhi con la mano aperta. Un altro ha la faccia arrossata come dopo una scottatura. Uno vomita vicino alla scaletta senza riuscire a fermarsi.
«Madòna, ma sa l’è success?»
«Fatelo fermare. Non si vede più niente!»
«Mi brüsan i öcc!»
«Io là dentro non ci torno!»
«U reatturi sta jittandu tuttu fora!»
Per un momento nessuno si muove.
I manutentori usciti dal reparto B restano da una parte. Antonio, Franco, Baffo, Gianni e il Grasso dall’altra.
In mezzo c’è ancora il fischio.
Uno dei manutentori respira dalla bocca aperta senza dire niente. Continua a guardare verso il reparto B come se avesse lasciato qualcuno dentro.
Franco guarda Rocco e sente lo stomaco stringersi. Per un attimo vede suo figlio Gennaro nel cortile mentre cerca di prendere in braccio il coniglio bianco della vicina.
Il fischio continua ostinato dal fondo del reparto B.
Antonio guarda verso gli uffici come se si aspettasse di vedere arrivare qualcuno da un momento all’altro. «Bisogna chiamare Galante!»
Rocco tossisce piegato in avanti, una mano contro il muro. Antonio gli afferra il braccio per tenerlo in piedi. «Oh. Respira piano.»
Il Grasso segue per un momento la mano di Antonio sul braccio di Rocco. Quel gesto sembra calmare anche lui.
Nessuno sa cosa fare.
Il fischio continua.
Attraversa il reparto, risale lungo le passerelle e supera il muro rosso della fabbrica.
Il paese — Sabato 10 luglio 1976, ore 13.10
Il fischio arriva fuori orario.
Mela pedala rapida lungo il muro rosso dell’ICMESA. Ha le gambe lunghe, già scure di sole, le ginocchia segnate da vecchie sbucciature e un grembiulino di cotone senza maniche che le svolazza addosso mentre spinge forte sui pedali, cercando l’ombra perché Imma, seduta nel seggiolino davanti, non si scaldi troppo. Le ciabatte di gomma schioccano contro i pedali a ogni curva.
Dietro i mattoni spuntano i tetti arrotondati dei capannoni. Più in alto affiorano tubi e serbatoi.
Imma tiene stretto un cucchiaio di plastica azzurro. Lo batte contro il manubrio con ostinazione.
Tac. Tac. Tac.
Per un momento Imma smette di battere il cucchiaio. Si gira verso il muro rosso e si sporge appena dal seggiolino. La bicicletta ondeggia. Mela la rimette dritta con una piccola sterzata.
Tac. Tac. Tac.
La bambina si sfila di nuovo il fazzoletto a fiorellini che le copre la testa. I riccioli neri tornano fuori sulla fronte bagnata di sudore. Mela glielo rimette senza sgridarla.
Il fischio continua. È più forte del solito. Mela si chiede se suo fratello Antonio abbia già finito il turno in fabbrica o se è ancora in reparto.
Lui e suo padre Leonardo quando tornano a casa dopo lavoro hanno sempre addosso quello che lei chiama l’odore guasto. Resta attaccato ai vestiti, ai capelli, alle mani anche dopo la doccia. A volte le sembra che l’ICMESA continui a uscire dai loro pori.
Senza accorgersene stringe più forte il manubrio e aumenta il ritmo della pedalata.
Dall’altra parte della strada ci sono gli orti. Pomodori, insalata, reti da pollaio, terra secca.
Un uomo in canottiera solleva la testa dal filare di fagiolini e guarda verso il muro della fabbrica.
Sopra il muro rosso dell’ICMESA una chiazza chiara si alza nel cielo. Il vento la porta via, oltre gli orti, verso i paesi.
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