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Il testo vincitore della borsa di studio di “Professione: traduttore (dall’inglese)”

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    Anna Giuseppina Brandi è la vincitrice della borsa di studio di Professione: traduttore, il corso intensivo per traduttori letterari dall’inglese con Damiano Abeni, Isabella C. Blum, Gaja Cenciarelli, Luciana Cisbani, Gioia Guerzoni, Chiara Manfrinato, Franco Nasi, Francesca Novajra, Silvia Pareschi, Sara Reggiani, Marco Rossari, Giovanna Scocchera, Francesca Serafini che si terrà online dal 29 ottobre.

    Il bando della borsa di studio chiedeva ai partecipanti di tradurre un racconto tratto dalla raccolta Breaking it down di Lydia Davis.

    Traduzione di Anna Giuseppina Brandi

    Torno a casa dal lavoro e c’è un suo messaggio: che non viene, che ha da fare. Richiamerà. Aspetto che si faccia sentire, poi alle nove vado da lui, ma non è in casa. Busso alla porta del suo appartamento e poi a tutte le porte dei garage, perché non so quale sia il suo: nessuna risposta. Scrivo un biglietto, lo rileggo, ne scrivo un altro, e lo appiccico alla sua porta. A casa sono irrequieta e l’unica cosa che riesco a fare, sebbene abbia molte cose da fare visto che domattina parto, è suonare il piano. Telefono di nuovo alle undici meno un quarto e lui è a casa, è andato al cinema con la sua ex ragazza, e lei è ancora lì. Dice che richiamerà. Aspetto. Alla fine, mi siedo e scrivo nel mio quaderno che quando lui mi chiamerà, o poi verrà da me oppure non verrà e io mi arrabbierò, e quindi avrò o lui o la mia rabbia, e questo potrebbe anche andar bene, dato che la rabbia è sempre una gran consolazione, come ho scoperto con mio marito. E poi continuo a scrivere, in terza persona e al passato, che chiaramente lei ha sempre avuto bisogno di un amore, fosse anche un amore complicato. Richiama prima che io abbia il tempo di buttare giù tutto. Quando chiama, sono passate da poco le undici e mezza. Litighiamo quasi fino a mezzanotte. Tutto quello che dice è contraddittorio: per esempio, dice che non ha voluto vedermi perché voleva lavorare e soprattutto perché voleva stare da solo, ma non ha lavorato e non è stato da solo. Non c’è modo di fargli riconciliare anche soltanto una delle sue contraddizioni e quando questa conversazione comincia ad assomigliare troppo a molte altre avute con mio marito, saluto e riaggancio. Finisco di scrivere quello che avevo cominciato a buttar giù anche se ormai non sembra più vero che la rabbia possa essere di alcuna consolazione. Lo richiamo cinque minuti dopo per dirgli che mi dispiace di tutto questo litigare, e che lo amo, ma non risponde nessuno. Richiamo dopo altri cinque minuti, pensando che magari è andato in garage ed è tornato. Mi viene l’idea di prendere la macchina e tornare da lui e cercare il suo garage per vedere se è lì dentro a lavorare, perché è lì che tiene la scrivania e i libri ed è lì dentro che va a leggere e scrivere. Io sono in camicia da notte, è mezzanotte passata e la mattina dopo alle cinque devo partire. Ciononostante, mi vesto, mi metto in macchina e mi faccio quel breve tratto fino a casa sua. Ho paura che quando arriverò lì, davanti casa sua vedrò altre macchine che prima non avevo visto e che una di esse appartenga alla sua ex. 

    Entrando nel vialetto vedo due macchine che prima non c’erano, e una delle due è parcheggiata proprio davanti alla sua porta, e penso che c’è lei. Scendo dall’auto e faccio il giro della palazzina fin sul retro, dove affaccia il suo appartamento, e guardo dalla finestra: la luce è accesa, ma non riesco a vedere niente con chiarezza perché le veneziane sono per metà abbassate e il vetro è appannato. Ma le cose dentro la stanza non sono uguali a come erano qualche ora fa, e prima i vetri non erano appannati. Apro la porta a zanzariera esterna e busso. Aspetto. Nessuna risposta. Lascio sbattere la porta a zanzariera e vado a controllare la fila di garage.  Poi mentre mi allontano la porta alle mie spalle si apre ed esce lui. Non riesco a vederlo bene perché nel vicolo accanto alla porta è buio e lui indossa abiti scuri e quel poco di luce che c’è si trova alle sue spalle. Mi si avvicina e mi abbraccia senza parlare, e io penso che se non parla non è perché provi chissà cosa ma perché si sta preparando quello che dovrà dire. Mi lascia andare mi gira attorno e mi precede verso il punto in cui sono parcheggiate le macchine davanti alle porte dei garage.

    Mentre camminiamo dice: «Senti,» e il mio nome, e io aspetto che mi dica che lei è qui e anche che tra noi è tutto finito. Però non lo fa, e ho la sensazione che avesse davvero intenzione di dirmi qualcosa del genere, almeno dirmi che lei era lì, e che poi per qualche motivo abbia cambiato idea. Invece, dice che tutto quello che è andato storto stasera è stato colpa sua e che gli dispiace. Sta con la schiena appoggiata alla porta di un garage e il viso alla luce e io sto di fronte a lui con le spalle alla luce. A un certo punto mi abbraccia così all’improvviso che la cenere della mia sigaretta si sbriciola contro la porta del garage alle sue spalle. So perché siamo qui fuori e non in camera sua, ma non glielo chiedo finché non siamo tornati tranquilli. Poi dice: «Lei non c’era quando ti ho telefonato. È tornata dopo». Dice che l’unico motivo per cui lei è lì è che ha un problema e lui è l’unica persona con cui ne può parlare. Poi dice: «Non riesci a capire, vero?»

    Cerco di capire com’è andata.

    Allora, sono andati al cinema e poi sono tornati a casa sua e poi ho telefonato io e poi lei se n’è andata e lui ha richiamato e abbiamo litigato e poi io ho richiamato due volte ma lui era uscito a prendere una birra (così dice) e poi ho preso la macchina per andare da lui e nel frattempo lui era tornato con la birra e pure lei era tornata ed era in camera sua e per questo siamo rimasti a parlare davanti alle porte dei garage. Ma qual è la verità? Possibile che sia lui che lei siano davvero tornati in quel breve intervallo tra la mia ultima telefonata e il mio arrivo a casa sua? O forse la verità è che mentre lui mi telefonava lei aspettava fuori o in garage o in auto e che poi lui l’ha fatta entrare di nuovo, e che quando il telefono ha squillato per la seconda e terza chiamata che ho fatto lui l’ha lasciato squillare senza rispondere perché non ne poteva più di me e dei nostri litigi? O forse la verità è che davvero lei se n’è andata e davvero è tornata dopo ma invece lui è rimasto e ha lasciato squillare il telefono senza rispondere? O forse l’ha fatta entrare e poi è uscito a comprare una birra e intanto lei lo ha aspettato lì e ha sentito il telefono squillare? L’ultima è la meno probabile. Comunque, non credo che ci sia stata alcuna uscita per la birra.

    Il fatto che lui non mi dica sempre la verità a volte mi fa dubitare che sia sincero, e allora mi sforzo di capire da me se quello che mi dice è vero oppure no, e a volte capisco che non è vero e a volte non lo so e non lo saprò mai, e a volte solo per il fatto che lui dice una cosa e continua a ripetermela mi convinco che è vera perché non credo che ripeterebbe una bugia tanto spesso. Forse la verità non è importante, però voglio conoscerla anche solo per poter giungere ad alcune conclusioni riguardo a domande quali: se è arrabbiato con me o no; se lo è, allora quanto è arrabbiato; se la ama ancora o no; se sì, quanto; se mi ama o no; e quanto; quanto è capace di ingannarmi nei fatti e dopo i fatti a parole. 

    Commento di Sara Reggiani

    Anna Giuseppina Brandi ha consegnato il lavoro migliore perché ha reso con sorprendente naturalezza la prosa asciutta ma insidiosa che aveva davanti; senza aggiungere, senza rielaborare, la sua resa è cruda come il testo di Davis. L’autrice è una “chirurga” della prosa, una maestra della sintesi, le sue frasi sono coltelli, la sua logica impeccabile. 

    Ad Anna va riconosciuta la sensibilità, il rispetto per la lingua madre, la consapevolezza del contesto e del tipo di “voce” che stava riproducendo.

    Redazione Belleville

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