Vai al contenuto

Il racconto vincitore della borsa “Scrivi dove sei”

    Distanze” di Elena Pineschi è il racconto vincitore della borsa di studio per “Scrivi dove sei”, il corso teorico e pratico di narrazione in programma online dal 26 febbraio 2024. Con uno stile sensoriale e dinamico, l’autrice trasforma l’atto di cavalcare in metafora di un’esistenza, raccontando il tentativo (impossibile?) della protagonista di colmare la distanza tra sé e il padre.

    ***

    Si è deciso che dovessi smettere di cavalcare Stella. Era diventata troppo vecchia: non riusciva più a saltare gli ostacoli con agilità, reggeva il galoppo per poco tempo. Papà ha scelto il mio nuovo cavallo, lo ha portato al maneggio: si chiama Aaron. L’allenamento deve continuare.

    Nel complesso, la mia giornata è rimasta la stessa. Papà continua a venirmi a prendere a metà pomeriggio – io devo aver già finito i compiti – ma esco con meno fretta, non dovendo più preparare il sacchettino con le carote tagliate che piacevano a Stella. Come al solito, una volta arrivata al maneggio, devo pulire e sellare il cavallo, anche se ora con una diversa striglia – la vecchia era troppo dura per il nuovo pelo, rasato e sensibile. Gli esercizi sono gli stessi che facevo all’inizio, eppure sembrano nuovi perché bisogna ricalcolare le distanze, ma non c’è tanto tempo per pensare. Tanto ci pensa papà a spostare le barriere e i cavalletti: la conoscenza della falcata arriverà dopo giorni di prove. Alla fine, però, quando scendo da Aaron, mi trovo i capelli bagnati togliendomi il cap. I ciuffi della frangia sono incollati alla fronte: li sposto con la mano, ascoltando papà che mi spiega dove ho sbagliato. Ecco se dovessi dire una cosa proprio diversa è il tempo per ripulire Aaron prima di rimetterlo nel box: le operazioni per spazzolargli la coda, pulirgli gli zoccoli, lavargli il muso sono un costante processo di avvicinamento. Rischio di prendere qualche calcio, qualche morso, probabilmente solo perché vorrei lavorare velocemente come sapevo fare; papà è già in auto. Dice che devo farmi rispettare dal cavallo, ma non capisco perché prima non ne avessi bisogno. La sera, dopo essermi fatta a mia volta la doccia, riscopro il fastidio ai muscoli delle cosce o a quelli della schiena, mentre mi metto il pigiama. Penso a Stella solo per pochi minuti prima di dormire.

    Dagli esercizi a terra siamo passati al salto delle croci e poi alle verticali o addirittura a due elementi affiancati. Ricomincio ora a confrontarmi davvero con gli ostacoli. Li saltiamo bene anche Aaron e io, quando mi ricordo di non stringere le gambe; di sollevare leggermente il sedere; di non fissare l’ostacolo.

    «Ancora? Lo capisci che non devi pesargli sulla schiena?» La voce di papà mi arriva forte anche se è dall’altra parte della pista.

    «Scusa, ma…»

    «Ti sei irrigidita mentre ti avvicinavi all’ostacolo!»

    «Lo so papà, mi dispiace solo che…»

    Lui continua a urlare: «Per forza è colpa tua se poi lui accelera troppo!»

    «Ero abituata a vedere le distanze in modo diverso con Stella e adesso…»

    «Fallo di nuovo; non tirare quelle redini. Rifallo dall’altro lato.»

    Probabilmente papà non ha sentito che gli stavo parlando visto che era lontano. Stringo un po’ le gambe e Aaron fa dei soffi rauchi. Già è difficile fargli fare il percorso dal lato sinistro, ma verso destra sgroppa ancora di più. Rimango dritta, gli faccio sentire il mio peso per calmarlo. Senza dargli colpi con gli speroni però, peggiorerebbe la situazione. Quando smette partiamo al trotto, ma passa in fretta al galoppo e io devo già staccarmi dalla sella, senza stringere le gambe. Stiamo andando già veloce, troppo. Ma non tiro le redini, come mi ha detto papà. Mi concentro sui tempi e cerco di respirare, tenendo le spalle basse, le braccia morbide. Aaron spinge forte con le gambe posteriori, quindi io devo rimanere più leggera. Sbuffa sotto di me, con il collo fa degli scarti nervosi. La staccionata bianca alla nostra destra scorre velocemente. Il sedere batte sulla sella, mi manca un attimo il fiato: abbiamo perso un tempo, papà sta già urlando? Faccio per girarmi, ma no, io devo guardare avanti. Mancheranno quaranta metri alla prima croce; ecco devo guardare l’ostacolo, ma no, non solo quello, anche oltre, senza calcolare le distanze. Sento gli zoccoli di Aaron sulla pista, sì penso al ritmo – destro, diagonale, sinistro, pausa, destro, diagonale, sinistro. Il collo di Aaron si ritrae e dopo un secondo siamo già a terra, ricomincia il destro. Rimango in equilibrio qualche secondo. Aaron riprende a galoppare: bene, non devo fare transizioni. La sua testa si muove ritmicamente, le orecchie dritte verso dietro. Io guardo il prossimo ostacolo, è ancora distante ma è più alto ancora questo: cerco di tenere le mani ferme. Subito dopo c’è la verticale. Aaron tira il morso. Sì, come dice papà, le braccia devono rimanere morbide e poi basta che io stia più leggera sulla sella. Stringo un po’ le gambe per reggermi, ma sento quelle di Aaron che spingono sempre più forte. O forse è a ritmo. Destro, diagonale: non so il mio petto si alza con dei tempi diversi. Linee bianche scorrono a destra confuse nel verde e nel marrone che è lo stesso che c’è a sinistra e non capisco più a che punto sono. Quanto manca al salto? No no, non devo calcolare, ora devo solo lasciare le redini lunghe. Ma le mie braccia sono morbide come dovrebbero? Gli zoccoli di Aaron continuano a battere. Siamo già arrivati all’invito al salto? Stringo, non so cosa ma stringo, le gambe le dita il collo. Destro, diagonale, sinistro: Aaron ha saltato. Non ho sentito il rumore della barriera quindi dovremmo avercela fatta. Io però sbatto sempre di più con il sedere sulla sella: è tutto rigido, il mio corpo e il resto, che cosa dirà papà? Dovrei guardare avanti, c’è ancora la verticale da fare. Ma io sbatto e più sbatto, più Aaron galoppa e mi sembra di sbattere anche con le mani la schiena la testa.

    Anche oggi papà è passato a prendermi a casa, dopo i compiti; tutto si ripete come sempre. Pulire gli zoccoli, andare a prendere la sella, togliere la cavezza: sono movimenti meccanici che vengono lo stesso, basta non concentrarsi sul male. Faccio scricchiolare il polso sinistro, mentre con l’altra mano tiro Aaron per la briglia. Vedo papà che sistema le barriere in pista: riproviamo il salto in cui sono caduta ieri, finché non mi viene.

    «Quanto ci hai messo? Monta in sella, muoviti. Cominciamo con dei semplici giri di riscaldamento.»

    Sistemo le staffe a fatica con un’unica mano; invece di montare, guardo papà. Lui però aspetta, allora cerco di issarmi da sola. Ce l’ho fatta; Aaron già parte al passo. Ecco, sembra tutto naturale. Facciamo un giro di pista e poi iniziamo a trottare regolarmente; sono solo io evidentemente a trovare tutto difficile. Le mani sono già bagnate di sudore nei guanti; e mi fanno male anche il ginocchio, la schiena, la spalla, ogni parte del corpo pulsa a sé. Sono focalizzata su di me, mentre dovrei respirare, regolarmi sul ritmo del trotto. È una cosa che non fa paura, devo solo rimanere dritta, come ho sempre fatto. La voce di papà dà qualche indicazione sugli esercizi a terra, ma io lascio fare ad Aaron. Sa come fare le barriere, i cavalletti; il problema sono io. E sento la voce di papà, di nuovo, ma quella di anni fa, quella di quel giorno in cui andammo a fare una delle mie prime passeggiate da sola a cavallo, nel bosco dietro il maneggio, con alcuni amici di famiglia. Io dovevo montare un pony ed ero terrorizzata. Papà, in ginocchio per parlarmi, teneva le redini.

    «Basta che tu stia dritta, d’accordo? Il cavallo è addestrato, sa andare al trotto anche da solo. Tu devi solo tenere le redini con le mani appoggiate alla sella, senza tirare. Non stringere troppo le gambe e non fare movimenti bruschi. E lui va da solo, capito? Non è lui quello che devi controllare, ma sei tu. È la tua paura. Perché è quella che lui sente.»

    «Papà, ma perché non posso più salire con te?»

    «Perché sei grande ormai. Non fare i capricci: so che lo sai fare. Devi solo stare dritta, ok?»

    Poi mi sollevò e mi sistemò in sella, mi mise in mano le redini.

    «Stai dritta­ così» disse un’ultima volta, dando una pacca al pony.

    Cavalcammo per ore, in fila indiana. Papà era più avanti e lo vedevo a tratti, quando c’erano meno fronde o quando le persone tra noi si spostavano. Non mi sporgevo però per poterlo vedere meglio: stavo dritta. La schiena rigida, le mani strette. Ondeggiavo al ritmo del passo, del trotto; al ritmo del cavallo, che era il ritmo degli altri. Ascoltavo le voci, il rumore delle fronde, gli zoccoli sul terreno: ogni tanto sentivo papà ridere o parlare.

    Non riuscii mai a incrociare il suo sguardo, ma solo perché lui doveva essersi girato proprio quando non rientrava nella mia visuale ristretta. Speravo però che mi avesse vista bella dritta con il mio cap, mentre guardavo avanti.

    All’arrivo rimasi ferma, aspettando che papà venisse a farmi scendere. Solo quando mi chiamò scuotendomi la gamba, abbassai finalmente lo sguardo. Mi prese e mi strinse anche una volta raggiunta terra: per fortuna perché era una sensazione strana essere di nuovo in piedi e probabilmente lui aveva capito che mi girava la testa.

    «Ma cos’hai in faccia? Sei piena di segni e graffi.»

    «Non so papà, saranno stati i rami…»

    «Come i rami? Non li hai evitati?» disse con una faccia strana.

    «No papà mai,» risposi tutta impettita, «sono stata dritta tutto il tempo. Sono stata brava?» Proprio mentre sto ricordando l’espressione che fece, Aaron perde il trotto; sento la parte dietro che sgroppa e adesso è davvero un ritmo tutto sbagliato. Ma non importa. Non stringo più le gambe, rimango ferma eppure non rigida, come mi è stato insegnato. Aaron inizia a saltare sul posto imbizzarrito: abbassa il muso energicamente, scava con gli zoccoli davanti, scalcia. Io ascolto i suoi nitriti, gli schiocchi. Lo lascio fare senza tirare le redini. Che mi faccia cadere, non importa più. Sento mio padre che urla qualcosa dalla pista, chissà se cerca d