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Il racconto vincitore della borsa “Scrivere di notte”

    Cosa fare quando piange” di Daniele Caruso è il racconto vincitore della borsa di studio per l’edizione online di Scrivere di notte, il corso serale in programma dal 26 febbraio 2024. La storia di tre ragazzini e dei loro quotidiani atti di vandalismo è raccontata con uno stile conciso, feroce e attento all’individualità delle singole voci. Il lettore si ritrova proiettato in un mondo  violento in cui il pianto non è catarsi, ma il manifestarsi improvviso di una forza oscura, aliena e incomprensibile.

    ***

    Quanto può valere un pezzo di carne putrida? Me lo chiedo perché vorrei che il gioco durasse tutto il pomeriggio. Altrimenti poi la noia. E dopo la noia, la rabbia.

    «Marcia come Valeria» dice Nino, poi ci sputa sopra. Si, abbiamo chiamato la carcassa del piccione “Valeria” come la sua ragazza.

    Nino conficca il petardo tra la carne e le ossa del volatile. «Che merda» dice. Poi lo accende e fa qualche passo indietro.

    Fumo e scintille, poi il botto. Frantumi di carne e ossa schizzano in ogni direzione. Qualche piuma svolazza nell’aria. Nino ride. «Valeria, Valeria» sussurra.

    «Che schifo» si lamenta Andrea. «Ho della roba sulla faccia».

    Era quello più lontano di noi, eppure gli è arrivato qualcosa addosso. Non mi sorprende, perché Andrea ha davvero tanta sfiga.

    «Avete un fazzoletto?» chiede. Che frocio. «Strofinati» gli dico.

    Ce ne andiamo da un’altra parte della fabbrica. Qui è tutto abbandonato, e per questo nessuno si lamenta se scoppiamo i petardi. Settimana scorsa siamo andati nel giardino di Andrea, ma quella stronza di sua nonna lo ha inseguito con la scopa.

    A me non piacciono i vecchi. Mi piacciono poche cose. «Questo posto mi piace».

    «E quindi?» chiede Nino. Faccio spallucce.

    «Ma che c’entra?» chiede ancora Nino. «Ma che cazzo vuoi?» gli rispondo.

    Nino mi guarda sconcertato. «Siete due ritardati» ci dice.

    «Tua sorella è ritardata» risponde Andrea. È vero, sua sorella è ritardata. Nino però non se la prende a male, anzi inizia a ridere. Si piega in due dal ridere. «Merda, hai ragione».

    In questo capannone ci sono dei vecchi forni. Farci scoppiare qualcosa dentro sembra una buona idea, perché fa più rumore. Alla fine quello che vogliamo è più rumore. Penso che a Nino possa fare bene, così non pensa alle corna che gli ha messo Valeria. Che poi non sappiamo se lo ha tradito davvero, ma certo ci è andata vicino.

    «Prendi l’altro pacco» ordina Nino ad Andrea. È lui che ha lo zaino con i petardi. A noi mica ci danno tutti quei soldi durante Natale. Quindi li compra Andrea che è ricco in culo.

    Peccato che ad avere i soldi è quello sfigato, tanto che mentre tira fuori la confezione gli si rovescia per terra. Ma mica sul cemento, nella pozzanghera gli si rovescia.

    «Ecco» dice Nino con sconforto. «La seconda cosa peggiore di oggi».

    Rido, perché la prima penso sia parecchio peggiore. Ma magari mi sbaglio, perché adesso arriva la noia, e dopo la noia la rabbia.

    «Va bene» dico. «Prossima volta portiamo la sorella di Nino, che per quanto ritardata almeno il suo zaino lo sa aprire».

    Andrea è accovacciato, si affretta a raccogliere i petardi e a metterli nella confezione.

    «Ma fai sul serio?» chiede Nino. Andrea lo guarda confuso. «Che?».

    «Stai mettendo quelli che grondano di acqua sopra quelli asciutti».

    Ora qualche dubbio su Andrea mi viene. Magari è ritardato per davvero.

    «Passamene uno» gli dico. Lo prendo, lo accendo, lo lancio. Fa un po’ di fumo, poi una piccola fiamma. Tutto qui, niente esplosione.

    «Comunque li ho pagati io» spiega Andrea. «Quindi di cosa vi lamentate».

    Ma che genere di discorso è? Sembra che se uno paga è il padrone del mondo. Questo mi fa saltare i nervi. Mi avvicino e gli mollo un schiaffo.

    «Perché?» mi chiede massaggiandosi la guancia. Non gli rispondo.

    «Io me ne torno a casa» dice Nino. Penso che stia mentendo. Quello va a cercare Valeria e la riempie di botte, come l’ultima volta. Di Valeria non me ne frega niente, ma non mi piace quando Nino poi si sente in colpa. Si sente in colpa, piange e io mi sento in imbarazzo. Cosa posso fare se uno piange? Anche quando gli è morta la mamma si è messo a piangere. Lo capisco, ma allora non farmi venire a casa tua se non ti sei ancora ripreso, aspetta di stare meglio. E non mollarmi in cucina con tua sorella ritardata che mi chiede della madre. Che gli devo dire?

    «Aspetta, aspetta» gli dico. «Proviamo ancora».

    Prendo un petardo dalla scatola. Lo accendo, lo tiro. Fumo e poi niente.

    «Che palle» dice Andrea.

    Provo ancora. Questa volta fa fatica pure ad accendersi. Poi non esplode.

    «Visto?» dice Nino. «Niente da fare».

    Ne prendo un altro. Lo accendo, ma stavolta non lo lancio. Lo tengo tra due dita.

    «Ma che fai?» chiede Andrea spaventato. Mi viene paura e lo lancio via. In ogni caso non esplode, si spegne come tutti gli altri.

    «Sei un pazzo» dice Nino ridendo. Sorrido. «Ora non lo tiro, davvero».

    Prendo il petardo. Lo accendo e lo tengo tra le dita.

    Fumo. Poi nulla.

    Nino lancia un grido di eccitazione. «Ti amo» dice avvicinandosi. «Sei un genio».

    Prende un petardo. Lo accende e lo tiene in mano.

    «Mi sale un’ansia» dice Andrea. Nino perde il coraggio e lancia il petardo. «Devi stare zitto però Andre, devo sentire se si innesca».

    Ripete l’operazione. Questa volta fino alla fine, fino a vedere il fumo spegnersi. Ho svoltato il pomeriggio. Siamo salvi dalla noia per merito mio.

    «Tocca a te, Andrea» gli dico. Lui fa cenno di no con la testa.

    «Ma come» dice Nino, «noi lo abbiamo fatto. Che siamo stupidi?»

    Andrea annuisce. Nino, con una smorfia divertita, accende un petardo e glielo lancia contro. Non so bene cosa mirasse, ma il petardo finisce dritto dentro al cappuccio. Andrea inizia a correre e dimenarsi per toglierlo da dentro. Il petardo comunque non esplode.

    «Visto?» dice Nino. «Stai tranquillo. Sono bagnati».

    Andrea gli fa il dito medio. «Rischia tu se vuoi. Io non ci tengo».

    Penso che in effetti, con tutta la sfiga che ha Andrea, forse è meglio che non giochi.

    Nino si mette un petardo in bocca. «Hai da accendere?» mi chiede con la voce di un tossico di mezza età. Io mi metto a ridere. Poi Nino se lo accende davvero. Che facce che fa, sembra uno di quei grassoni con il sigaro.

    Oltre al fumo, un piccolo bagliore rosso, un breve sfrigolio.

    Nino apre la bocca per lasciare il petardo. Il botto esplode e rimbomba forte nel capannone tanto da stordirmi. Mi toglie il fiato.

    Andrea si è coperto il volto con le mani. Io guardo Nino. Ha fatto giusto in tempo a lasciare il petardo, che gli esploso a due spanne dalla testa. Nino si guarda le mani, si guarda intorno, poi inizia a ridere. Ride come se fosse successa la cosa più divertente del mondo.

    Io non mi sento divertito. Sento che mi batte forte il cuore nel petto.

    Andrea ora ha preso il coraggio per guardare. Ha capito che non è successo nulla.

    La risata di Nino perde sicurezza e si interrompe. Nino inizia a piangere e singhiozzare come fanno i bambini. Sta lì in piedi, e piange. Dalla parte opposta Andrea nemmeno lo guarda, prende lo zaino e ci sistema dentro la scatola di petardi. Allora io prendo il telefono e guardo i messaggi. Non ce ne sono di nuovi, ma scorro lo stesso avanti e indietro, così intanto Nino smette di piangere, e nessuno si sente in imbarazzo.