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Il racconto vincitore della borsa “Cantiere romanzo”

    Tutta la verità” di Estefania Mejia Negrete è l’incipit vincitore della borsa di studio per Cantiere romanzo, il laboratorio di scrittura in programma a Milano dal 6 aprile al 14 dicembre 2024. Rifacendosi a un archetipo delle storie gotiche – il legame tra bambini e fantasmi – l’incipit tratteggia la psicologia della protagonista grazie alla precisione e fluidità della voce; al tempo stesso, si proietta nel futuro suscitando la curiosità del lettore: Rebecca è davvero capace di parlare con i morti? E quali conseguenze avrà questo sulla sua carriera da “bugiarda di mestiere”?

    ***

    Questa è la storia di come mi sono guadagnata il diritto di dire bugie. Di come sono riuscita a guadagnarmi da vivere raccontando storie. Raccontare storie, raccontare balle, raccontare frottole. Ora posso farlo senza pesi sulla coscienza, senza il timore di attirarmi dei rimproveri. Ma vincendo premi, perfino. E ottenendo inviti in studi televisivi e podcast per dissezionare quelle grosse menzogne che, se chiamiamo libri, d’un tratto diventano degne di encomio. Quelle ben ordite, sofisticate e monumentali menzogne che nei primi anni della mia vita non sapevo fossero menzogne e che ritenevo più vere della verità stessa. 
    Fino a quando non venni additata come bugiarda.
    Oggi a quella bambina bugiarda io dico che altro non era che una scrittrice in incognito. E all’adulta che sono oggi dico, mi dico, complimenti. Sei finalmente una bugiarda patentata, una bugiarda di mestiere. Sei una scrittrice. 
    Mi dissero che non dovevo mai e poi mai dire bugie. Quindi cominciai a scriverle. 

    «Devi avere paura dei vivi, non dei morti.» Non lo sapevo ancora ma la mia bisnonna, che io chiamavo semplicemente nonna, nonna Miriam, aveva ragione. E da quando lei è morta non sono rimasti che i fantasmi a farmi compagnia. L’oscurità non mi fa paura perché è alla luce del giorno che i miei incubi prendono vita.

    Questo i miei compagni di scuola non possono saperlo. Perciò quando racconto loro degli spiriti che vivono attorno a noi, che ci spiano da dietro le tende mentre noi guardiamo i cartoni animati o facciamo i compiti, fanno le facce più buffe. Storcono la bocca, si mordono le labbra e dai loro occhi sbarrati balena un guizzo di terrore che mi scongiura: «Basta, non dire altro» e allo stesso tempo «Ti prego, non ti fermare!». Io do retta alla seconda supplica e continuo a descrivere la lunga e pesante catena che trascinano per terra, rimbombando attraverso i muri come campane che suonano a morte. La descrizione non è mia, è di Charles Dickens, e alla fine glielo confesso perché mi lascio intenerire dai loro volti bianchi come fogli da disegno.

    «Ma allora siete proprio dei poppanti! I fantasmi non vanno in giro con catene sonanti o avvolti da bende come delle mummie. Nessuno li ha mai visti. Al massimo puoi scorgere le loro ombre mentre si nascondono per farsi trovare meglio. Vogliono che sentiate la loro presenza ma non si lasciano mai vedere.» Nel tentativo di rassicurarli finisco per spaventarli ancora di più e sembra che alcuni siano sul punto di mettersi a frignare. Mi ricordano me stessa, deve essere stata quella l’espressione che portava la mia bisnonna a sciogliersi in un sorriso bonario e stringermi in un abbraccio alla fine di ogni racconto.

    Non posso fare molto altro, se non aggiungere: «Dovete avere paura dei vivi, non dei morti». Questa frase, però, per loro non ha alcun senso, come un tempo non lo aveva per me, e continuano ad agitarsi come pecorelle in pasto ai lupi.

    E simili a pecorelle si disperdono quando la ricreazione giunge al termine e la maestra li richiama ai loro posti. Solo Ufus rimane acquattato ai piedi del mio banco a giocare con la sua biglia, spingendola avanti e indietro. Lo deduco dal suo tintinnare.

    «Perché non gli hai detto tutta la verità?»

    «Che sento le vostre voci, vuoi dire?»

    Mi risponde con un mugolio che significa sì. Oggi è alquanto taciturno.  

    «Be’, perché poi smetterebbero di essere delle storie dell’orrore. Se sapessero che siete miei amici, non avrebbero più paura.»

    «E tu vuoi che abbiano paura?»

    «È divertente avere paura quando capisci che, in fondo, niente di brutto può accaderti.»

    Ufus è il primo fantasma con cui abbia allacciato dei rapporti e da allora, dopo lo spavento iniziale, è diventato anche il mio migliore amico.

    Era passato quasi un mese dalla morte di nonna Miriam e avevo consumato quasi tutta la boccetta della sua acqua di colonia, quella all’aroma di arance che metteva ogni giorno. All’inizio avrei voluto usarla solo in situazioni di emergenza, volevo farla durare il più a lungo possibile. Mi immaginavo, scioccamente, di serbarla fino a quando non avrei raggiunto la sua età. Poi, però, mi trovai ad averne bisogno in quantità sempre maggiori. Annusarla violentemente come un elefante divorato dall’arsura era l’unico modo in cui riuscivo a calmare le mie crisi di pianto, le mie «crisi isteriche» come le chiama mia madre, e per questo stava già per esaurirsi.

    Quando sentii i suoi gemiti da sotto la scrivania della mia camera anche io stavo piangendo, ma ben presto me ne dimenticai. La colonia mi scivolò dalle mani e con un tonfo la boccetta rimbalzò sulla moquette disperdendone il rimanente. Poche gocce che si mischiarono all’odore di sigaretta e mangime per cani e che ancora oggi impregnano quell’angolo di corridoio. Avrei dovuto piangere in maniera ancora più accorata, se non fosse stato per la curiosità di scoprire a chi appartenessero quei gemiti. Cautamente aprii la porta, ma sotto alla scrivania non c’era nessuno. Eppure era chiaro che i singhiozzi provenissero da lì. Non so perché non me la diedi subito a gambe, perché invece di correre fuori a cercare aiuto (è quello che spero facciano tutti i protagonisti di storie dell’orrore, prima di essere rapiti, assassinati o decapitati) continuai a incedere verso quel lamento sommesso, come lo squittio di un topo preso in trappola. Il mio desiderio di riuscire a calmarlo soverchiò qualsiasi paura.

    «Chi è?»

    «Ho perso la mia biglia» fece una voce da bambino.

    Avevo il cuore che mi martellava in petto, una sensazione di voragine sotto ai piedi. Qualcosa però mi spinse a insistere invece che arretrare, forse la feroce solitudine che mi aveva colta per via del lutto e che speravo di scacciare almeno per un po’. Anche ingoiare un insetto vivo sarebbe stato meglio per me. Non escludo che mi sentissi addirittura, in un modo strano ma del tutto innocente, felice; i fantasmi esistevano veramente e ciò significava che nonna Miriam non mi aveva mai trattata come una bambina credulona e facilmente impressionabile. Non mi aveva presa in giro ma mi aveva ritenuta grande abbastanza per apprendere una verità che solo in pochi conoscono. In cuor mio, nutrivo addirittura la speranza che quel fantasmino lagnoso me lo avesse mandato lei per proteggermi.

    Dopo averlo aiutato a ritrovare la sua biglia preferita, dalle sfumature blu e indaco, Ufus e io diventammo inseparabili al punto che ormai non abbiamo bisogno di scambiarci parole per comunicare ma usiamo la telepatia. Per questo può seguirmi dappertutto senza che nessuno se ne accorga. È così che facciamo quando sono in classe, con il vantaggio che spesso, quando assumo un’aria molto concentrata durante le nostre conversazioni mentali, le maestre la scambiano per una passione fervente per le loro materie. Così, magari nel mezzo di uno dei nostri animati discorsi, succede che rimpettite nel loro trono, abbozzino un sorrisetto nella mia direzione. Non sanno che in realtà tutto quello che avrei interesse e piacere e smania di imparare non me lo insegnano in questo museo di saperi antiquati. Aritmetica, Storia, Geografia, Scienze… tutte discipline che si studiano dalla notte dei tempi. Ecco, io dico che forse abbiamo un problemino se dai Sumeri a oggi, alle soglie dell’anno Duemila, la scuola è rimasta la stessa palla mortale. Questa però è solo l’opinione di una ragazzina di dieci anni e mezzo e da che mondo è mondo non gliene è mai importato a nessuno, né ai Sumeri né agli adulti di adesso. Attività paranormali per giovani sensitivi. Come addomesticare belve e umani feroci. Come impedire che i robot dominino il mondo riducendoci in schiavitù. Ingegneria di dispositivi volanti che viaggiano nel tempo. Vita e cultura extraterrestre. Chimica delle pulsioni amorose. Come mimetizzarsi negli ambienti domestici per rendersi invisibili. Se fossero queste le materie da studiare, chiederei a Ufus di non rivolgermi più la parola mentre le maestre spiegano, a meno che non sia una questione urgentissima (direi di vita o di morte ma… avete capito, no?).

    E invece sono costretta a studiarmele per conto mio, ed è per questo che passo quasi tutto il pomeriggio in biblioteca a fare ricerche che plachino tutte le curiosità che la scuola disapproverebbe. Per questo e per non stare a casa mia.

    Qualche giorno dopo, intorno a me, il deserto. I miei compagni non mi guardano e non mi parlano. Di alcuni posso chiaramente palpare il disagio mentre distolgono lo sguardo con espressione colpevole, di altri percepisco una rabbia silenziosa ribollirgli in corpo. Alla mia richiesta di spiegazioni, un silenzio lungo come la coda di un serpente. Mi si attorciglia in gola, le sue spire mi premono sulle costole e sulla colazione, latte e Cheerios che sento compattarsi come un pugno. Cosa ho sbagliato? Mentre ripercorro nei minimi dettagli gli avvenimenti del giorno prima, con Ufus che cerca di tranquillizzarmi riempendomi di irrealistici complimenti, entra la maestra Zelda che mi ordina di seguirla fuori dall’aula.

    «Rebecca, sai che succede a chi dice bugie?»