Francesca Silvestre e Dario De Cristofaro, editor di Italo Svevo edizioni, si sono conosciuti a uno dei Pitch Day organizzati da Belleville e hanno lavorato insieme sul romanzo d’esordio di Francesca, Storie bumbare.
Per capire quanto e come cambia un manoscritto durante l’editing, abbiamo fatto loro qualche domanda.
Buona lettura!
Tre aggettivi per descrivere Storie bumbare.
Francesca: Sincero, attuale e resiliente.
Dario: Coinvolgente, delicato, apolitico.
Storie bumbare è un romanzo corale, in cui a ogni capitolo corrisponde la voce di un abitante di Dignano d’Istria (o dei loro figli/nipoti): il sior Bulessi, proprietario dell’emporio, la levatrice Vincenza, Don Mario, Valdina, Luze, la figlia Ida e la nipote Emilia… in che modo si riesce a dare un’identità ben riconoscibile a ogni personaggio, con un punto di vista e un tono che sia solo “suo”?
F: Non credo che esista un solo modo di dare identità ai personaggi. In Storie bumbare l’armistizio dell’8 settembre 1943 ha sugli abitanti di Dignano l’effetto di una deflagrazione. La comunità, fino a quel momento profondamente coesa nonostante le differenze sociali e culturali, esplode in mille pezzi. Dopo aver provato più volte a dare armonia alla narrazione, mi sono resa conto che l’unica soluzione possibile era accompagnare ciascun personaggio nel suo personale tentativo di ricostruirsi una nuova un’esistenza e soprattutto una nuova identità. È stato un po’ come seguire le diverse traiettorie dei frammenti di vetro, quando cade a terra una bottiglia: in apparenza simili, in realtà del tutto diverse.
D: La scelta di portare avanti la narrazione attraverso un cambio di punti di vista capitolo dopo capitolo è una delle caratteristiche più originali di Storie bumbare. La terza persona si appoggia ora su uno ora sull’altro personaggio, mantenendo un movimento corale che conduce a un finale dove tutte le storie trovano la giusta collocazione. Tutto questo ha richiesto un’attenzione allo stile e alla coerenza interna particolari. Poteva essere un rischio soprattutto alla luce dell’arco temporale molto ampio, che va dall’armistizio dell’otto settembre 1943 fino ai primi anni Duemila, ma Francesca Silvestre ha saputo tenere insieme storie e narrazione proprio come si fa quando si raccontano certi ricordi ormai consolidati nella memoria.
Quali aspetti del romanzo sono cambiati di più durante il lavoro di editing?
F: Senza mutarla, l’editing ha significativamente rafforzato la struttura del romanzo. L’eliminazione dei passaggi non necessari o troppo didascalici, l’attenzione alle parole e alla loro sonorità, l’analisi delle ragioni alla base delle azioni dei personaggi, perfino di quelle minime o più insignificanti, hanno rischiarato la storia. In qualche modo le hanno permesso di distinguersi dal magma di eventi che hanno caratterizzato la fine della Seconda guerra mondiale, donandole una sua unicità.
D: La versione di Storie bumbare che abbiamo letto in redazione presentava già una struttura precisa, che è stata ulteriormente rafforzata con alcuni interventi fatti propri dall’autrice, soprattutto in quei passaggi dove il salto temporale poteva essere troppo netto. Abbiamo eliminato piccole incoerenze nei personaggi e nei riferimenti storici, tenendo sempre presente che ciò da cui parte questo romanzo è il ricordo, che per sua natura spesso può risultare inaffidabile. Ci siamo poi concentrati sulla scrittura, mettendo in evidenza alcuni passaggi meno scorrevoli e altri in eccesso che rischiavano di soffocare quanto di buono c’è nello stile di Francesca Silvestre. Inoltre abbiamo eliminato le note che spiegavano alcune parole in dialetto e quei concetti desumibili senza fatica attraverso la narrazione.
Dai una definizione fulminante del mestiere di scrivere – o editare.
F: Scrivere è comprendere. Per questa ragione non si dovrebbe mai scrivere senza l’urgenza d’illuminare, anche solo per un attimo, la realtà.
D: Mi rifaccio sempre a una annotazione di Cesare Pavese che diceva: «Amore è desiderio di conoscenza». Ecco, per me editare è desiderio di conoscenza.
Un consiglio di scrittura che ti senti di condividere.
F: Circondarsi di altri scrittori. Scrivere è come correre. Quando manca il fiato o i crampi alle gambe cominciano a farsi sentire, è importante avere dei compagni a cui appoggiarsi o con cui fare un tratto di strada insieme.
D: Sembra scontato ma purtroppo non lo è: per scrivere bisogna leggere molto. Ed è necessario leggere non solo narrativa ma anche poesia: per esempio bisognerebbe leggere e rileggere la Divina commedia, lì c’è tutta la nostra lingua.





