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Il racconto vincitore della borsa di studio “Scrivere di notte” online

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    La partita del secolo” di Samuel Gianni Venturini è il racconto vincitore della borsa di studio per l’edizione online di Scrivere di notte.
    Le prossime classi “Fondamenti” di Scrivere di notte partiranno martedì 7 aprile: quella in presenza a Milano sarà con Marco Rossari (il programma è qui), la classe online sarà con Letizia Muratori (il programma è qui).

    ***

    Conobbi Massimo dieci anni fa, all’Epifania, a casa di un collega di lavoro. Era un ragazzo moro, eccentrico, con quel tipo di viso senza età che sembra non appartenere a nessuna stagione precisa. All’inizio mi sembrò brutto. Forse ignorabile, ma utile. Fu lui a presentarmi quella che sarebbe diventata mia moglie. Non fu un colpo di fulmine; non vedevo in lei la bellezza che altri decantavano. Ma Massimo insisteva, la portava ai nostri incontri, creava lo spazio perché lei potesse, con il tempo, bucare il mio interesse.

    Dopo sei mesi decidemmo di convivere. Sentivo il desiderio di costruire qualcosa insieme, o forse, osservando gli altri intorno a me, avevo solo paura di essere in ritardo. Massimo, nel frattempo, si era rivelato essere il suo amico più caro. Solo più tardi capii la vera natura della nostra dinamica: con mia moglie mi sentivo al sicuro, con lui mi sentivo vivo.

    Aveva una leggerezza che io non possedevo. Sembrava voler solo passare il tempo, vivere in un gioco continuo nel quale ci trascinava, obbligandoci a recitare fantasie spesso prive di senso. Intratteneva le nostre serate e ci divertivamo. Non sembrava esserci nulla di profondo in lui, eppure era affascinante. Era un paradosso vivente: un giullare e una puttana nello stesso corpo. Era capace di muoversi dentro le storie degli altri fingendo un’esperienza che non aveva. A volte lo faceva goffamente, altre con malizia. Non era mai stato con nessuno, ma parlava come se avesse attraversato ogni cosa. Era un santo che scherzava con volgarità.

    Una sera, nel salotto di casa mia, per spezzare la noia di un’estate che non voleva finire, decisi di iniziare io. Gli scostai l’elastico dei pantaloni con un sorriso, un gesto rapido, come chi muove una pedina sulla scacchiera senza degnare di uno sguardo l’avversario. Non se ne accorse nessuno, a parte noi. Il suo corpo reagì prima del suo viso. Volevo scuotere la sua serata e, da quel momento, anche la mia.

    Nei giorni seguenti mia moglie fu fuori città per lavoro. Decisi di uscire con lui. Andammo in un parco di notte; camminammo a lungo sotto i lampioni che proiettavano cerchi di luce arancione sull’asfalto, prima di tornare a casa mia. Non aveva mai guidato una macchina da uomo. Non era mai stato mano nella mano con un uomo. Non aveva mai dormito con un uomo. Fra noi non ci fu nulla di apertamente sessuale. Fu un’esplorazione lenta. Attese cariche di elettricità. Mani calde che sfioravano la pelle senza affondare.

    Su di lui pesavano un’amicizia importante e una moralità cristiana che lo trattenevano. Eppure, questo non gli impediva di tornare. Nei mesi successivi continuai a stuzzicarlo, a testare i suoi limiti. Gli insegnai a toccarmi senza mai arrivare alla fine, fermandoci un attimo prima che il piacere diventasse una certezza. Come si fa con chi non deve capire troppo. Osservavo l’innocenza muoversi lentamente da una parte all’altra del suo corpo, come una macchia d’olio sull’acqua. Cercava un posto dove fermarsi. Comandavo io e finché tenevo aperto il gioco, non c’era domanda a cui rispondere. Non dovevo sapere cosa sentivo per lui, né dare un nome a quello che gli stavo facendo. Ogni sua esitazione spariva sotto le mie dita. Ogni sua curiosità era uno strumento. Calibrato. Mio.

    L’ho visto nudo. L’ho visto perdersi e innamorarsi con una purezza che mi turbava, perché non prevedeva difese. Una mattina, seduti in cucina, Massimo mi guardò a lungo. Il latte bolliva sul fuoco da troppo tempo, mentre il mio caffè era ormai freddo. Sembrava volesse dire qualcosa, forse l’unica cosa che avrebbe distrutto l’incantesimo. Poi si trattenne. La sua risata, di solito leggera come un soffio, era incrinata. Per la prima volta mi parve consapevole. Come se avesse capito di essere finito dentro un meccanismo che non controllava più.

    Per un attimo pensai che potesse farcela da solo. Che quella consapevolezza fosse il gancio per la sua uscita di scena. Mi fermai. Cercai di mettere distanza, attento a non correre pericoli. La sua assenza, nei giorni successivi, era una quiete pesante che mi premeva sul petto. Volevo allontanarmi, ma l’idea che potesse raccontare la verità mi tratteneva come un laccio. Massimo aveva in mano la mia storia e avrebbe potuto giocarsela. Quando capii di essere salvo, quando intuii che il suo silenzio era garantito dalla sua stessa devozione, lo misi da parte. Provavo per lui un affetto stanco, una sorta di commiserazione. Non ero certo di volerlo tenere lontano, ma lo rimisi al suo posto. Mi amava, e io non volevo.

    Negli anni cercò più volte la mia attenzione. In una di quelle occasioni, nel bagno angusto di un locale, tra l’odore acre di candeggina e il rumore della musica che arrivava ovattata, mi disse che non voleva più le sue mani nelle mie mutande, ma il mio tempo. Non gli credetti. Pensai fosse solo un’altra strategia. Gli concessi qualche messaggio di cortesia. Uscimmo da soli il giorno del suo compleanno, quattro anni fa. Andammo in un centro commerciale, tra le luci al neon e la desolazione di un giovedì pomeriggio. Mangiammo pizza a cubetti e bevemmo una Sprite. A lui piaceva. Era felice di quella briciola di attenzione.

    Poi tornai a ignorarlo.

    L’anno seguente mi sposai e lui fu il testimone di nozze di mia moglie. Era dimagrito, sembrava svuotato. Parlò per noi davanti a tutti gli invitati. Fu un bel discorso, pieno di parole scelte con cura. In molti piansero. Io no. Lessi la sua resa fra le righe. Aveva tradito e perso. Ora sapeva di dover scontare la sua pena: vederci felici insieme. Comprammo una casa. Formammo una famiglia. Due anni dopo nacque nostro figlio, Elio.

    Massimo lo vedevamo di rado. Diceva di essere molto preso dal lavoro, usava scuse che non stavano in piedi. Era sempre più magro, quasi inconsistente. Dopo mesi di silenzio si presentò il giorno del mio quarantesimo compleanno. Mia moglie era in Alto Piemonte con la sua famiglia. Io ero rimasto a Milano. Suonò il citofono nel tardo pomeriggio. Portava un vassoio di pasticcini un po’ schiacciati, con la carta lucida unta di crema. Non ne mangiò nemmeno uno. Mi rimproverò per non averlo mai chiamato, ma lo fece senza rabbia, con una rassegnazione che faceva male. Guardammo la televisione, sdraiati sul divano nel buio del salotto. I nostri corpi tendevano l’uno verso l’altro per motivi diversi: fame di me, la sua; fame d’ego, la mia. Mentre ero sopra di lui sentivo le sue ossa pungermi la pelle, sentivo il suo desiderio mescolato alla rassegnazione. Era ancora irrimediabilmente legato a me. Riuscii a sottrarmi appena in tempo.

    Prima che andasse via gli strappai la promessa disinteressata di prendersi cura di sé. Pensavo di avergli concesso abbastanza: un pezzo di carne, un’ora di me. Mi piaceva l’idea che ne avesse ancora bisogno. Fingevo che fosse tutto sotto controllo, che non fossi io quello debole, e non compresi che stava ancora giocando. Un gioco pericoloso. Silenzioso. Invisibile.

    Non aveva più peso. Era diventato trasparente. Da quella notte non l’ho più visto. Non l’ho più sentito. Cinque settimane dopo, Massimo non c’era più.

    Oggi lo vedo ovunque. Lo sento nei silenzi della casa quando mia moglie dorme. Lo rimpiango con una violenza che non avrei mai creduto possibile. Oggi ho perso io, e non so a chi raccontarlo. Eppure quella sera, molti anni fa, credevo di conoscere le regole. Credevo di essermi giocato la partita del secolo. In realtà, avevo solo paura di perdere.

    Redazione Belleville

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