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1. «Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale.»

Per metà trattato metafisico e per metà atto d’accusa, “Il presepio” fu trovato tra le carte di Giorgio Manganelli solo dopo la sua morte. Il testo, pubblicato da Adelphi nel 1992, passa in rassegna i personaggi di quella «macchina teatrale» che è il presepio per smascherarne la natura fittizia e infantile. Il Natale, come la natività, non è altro che una messinscena; l’ora degli «affetti coatti» nella quale «un nugolo nonni, avi, nipoti, parenti acquisiti in guise non di rado ambigue» si raduna per gettarsi in «un’orgia indecorosa di cibo e bevande».

Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo della imminenza del Natale. L’irrequietezza agita i miei simili; una sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si approssima, l’infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia al mattino con quel sentimento, discontinuo durante l’anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per descrivere l’infelicità natalizia. E infatti questo avverto, che a differenza della desolazione che direi privata, attraverso la quale passiamo in vari momenti dell’anno, questa è una tetraggine che ha dell’astronomico, come a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli estremi dell’universo, e oltre, se si dà un oltre.

Il presepio, Giorgio Manganelli, Adelphi 1992

2. «Non eravamo una famiglia organizzata: i doni si compravano più o meno all’ultimo momento.»

Protagonisti di “Hotel New Hampshire” sono i Berry, una famiglia americana fieramente anticonvenzionale. Il nonno – Iowa Bob, meglio noto come Coach Bob – è un allenatore di football ed ex campione fissato con il sollevamento pesi; Win e Mary, i genitori, prima di sposarsi hanno comprato un vecchio orso ammaestrato e ora vivono con la famiglia in una scuola femminile abbandonata e riconvertita in albergo; il figlio maggiore Frank va pazzo per le divise e gioca a fare il portiere dell’Hotel New Hampshire per i rari clienti che si azzardano a prenotare; il protagonista, John, è innamorato della sorella Franny, bella e dalla battuta pronta; Lilly – avendo smesso di crescere – è minuscola; mentre Egg, il figlio minore, è duro d’orecchi e ha una passione per i travestimenti. 

Quando, alla morte di Sorrow, il vecchio labrador con problemi di aerofagia, Frank si improvvisa tassidermista e decide di impagliarlo, non immagina l’effetto che l’esperimento avrà sul Natale 1956, e sul povero Bob in particolare.

Non eravamo una famiglia organizzata: i doni si compravano più o meno all’ultimo momento. […]
E Natale o non Natale, un impegno è un impegno: salii quindi su da Coach Bob, per fare un po’ di sollevamento pesi, prima di colazione. Il nonno prese la barra. Eseguì alcuni sollevamenti a strappo, in posizione eretta. Alla barra erano applicati pesi per settanta o ottanta chili, ma erano fissati male e cominciarono a sfilarsi, da una parte, poi dall’altra.
Uno dei pesi ruzzolò fino all’armadio, sbatté contro lo sportello, che s’aprì, naturalmente, e ne uscirono fuori la racchetta da tennis, la sacca dei panni sporchi, un manicotto dell’aspirapolvere, una palla da squash, e Sorrow – impagliato. […]
Sorrow era fissato per i piedi su una tavola di abete. Come avrebbe detto il nonno: “Tutto quanto è inchiavardato, all’Hotel New Hampshire. Qui, siamo tutti inchiavardati a vita!”

Quel nero cagnaccio feroce scivolò fuori dall’armadio con una certa grazia, si piantò sulle quattro zampe e parve sul punto di spiccare un gran balzo. […] Questo Sorrow qui non scherzava e – prima che riuscissi a riprendere fiato e dire al nonno che era solo un regalo per Franny – che era solo un esperimento di Frank – il vecchio allenatore scagliò la sbarra contro quel cane selvaggio e poi si buttò su di me: per proteggermi, certo. Questo doveva essere il suo intento.
“Santa vacca” disse Iowa Bob, con voce insolitamente fievole, e i pesi tonfarono tutt’intorno a Sorrow. Il labrador ringhiante restò illeso, sempre in posa d’attacco. E Iowa Bob, che aveva superato la sua ultima stagione, cadde morto tra le mie braccia.

“Hotel New Hampshire”, John Irving, Bompiani 1982, traduzione di Pier Francesco Paolini

3. «Di notte il parco diventava Christmasland.»

Due genitori – Alfred e Enid – e tre figli ormai grandi – Gary, Chip e Denise: i Lambert hanno tutta l’aria di essere la tipica famiglia della borghesia bianca statunitense, simile a tante altre che si incontrano nel Midwest. Mano a mano che la narrazione procede, però, la normalità si incrina e i protagonisti de “Le correzioni” rivelano tutte le proprie idiosincrasie, un impasto di frustrazioni a lungo covate, perbenismo di facciata, risentimenti vecchi di anni e un perfezionismo che sconfina in ossessione. L’arrivo del Natale e il ritorno a casa dei figli è un evento che Enid – una vita passata a cercare di incarnare il ruolo di moglie e madre modello – aspetta con impazienza. Per l’occasione, tutti gli abitanti di St. Jude sembrano contagiati da un’allegria ostentata, un po’ posticcia, eppure profondamente rassicurante.

Di notte il parco diventava Christmasland. Enid restò senza fiato mentre la Ods risaliva la collina di luce e attraversava il paesaggio illuminato. Così come si diceva che gli animali parlassero la Vigilia di Natale, anche qui l’ordine naturale dei sobborghi sembrava rovesciato, con la terra solitamente buia che brulicava di luci e la strada solitamente animata oscurata dal traffico strisciante.
Il leggero dislivello dei pendii di Waindell e l’intimo rapporto tra i suoi rilievi e il cielo erano tipici del Midwest. E tali, secondo Enid, erano il silenzio e la pazienza degli automobilisti: tali le isolate e compatte comunità di frontiera di aceri e querce. Enid aveva trascorso gli ultimi otto Natali in esilio nell’est alieno, e adesso, finalmente, si sentiva a casa. Si immaginò di venire sepolta in quel luogo. Il pensiero che le sue ossa avrebbero riposato su un pendio come quello la rendeva felice.

Poi vennero padiglioni scintillanti, renne luminose, ammassi di fotoni a forma di ciondoli e collane, facce di Babbi Natale in stile elettro-puntinista, una radura di enormi bastoncini di zucchero illuminati. […]
Lo spettacolo non era altro che uno sfavillio di luci, ma Enid era ammutolita. Molte volte le era stato chiesto di credere in qualcosa, e raramente ci era riuscita del tutto, ma qui a Waindell Park era possibile. Qualcuno si era impegnato per rallegrare i visitatori, E Enid si sentiva allegra.

“Le correzioni”, Jonathan Franzen, Einaudi 2002, traduzione di Silvia Pareschi