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La seconda classificata al Premio Laventicinquesimaora.

    Tra il 2 e il 3 dicembre 2023 si è svolta la nona edizione del premio letterario “Laventicinquesimaora.”, dedicato ai racconti brevi. Ciascuno dei partecipanti si è cimentato nella scrittura di un racconto di massimo 3.600 battute ispirandosi a una delle qualità letterarie esplorate da Italo Calvino nelle Lezioni americane: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità.

    La giuria composta da Dario Ferrari, Michele Turazzi e Francesca Cristoffanini ha scelto i tre vincitori.
    La seconda classificata è Margherita Morelli, autrice del racconto Piuma che si ispira al principio della leggerezza. Il racconto “riesce a gestire due linee narrative – riuscita soprattutto quella al presente – pur restando in uno spazio molto ristretto e creando tra le due una tensione narrativamente efficace” (Dario Ferrari).

    ***

    Piuma

    Notte fredda, di vento che sparge i capelli e soffia via le buone intenzioni. La nostra casa per stanotte è all’ultimo piano, il terrazzo fluttua sugli altri tetti e il mondo scorre sotto – quel poco di mondo rimasto sveglio. Sul terrazzo ci siamo tutti. Ci sentiamo corpi celesti che ruotano gli uni intorno agli altri. Questo ci sembra l’unico modo sensato di sopravvivere: insieme. Cose da ragazzi. Sediamo spesso in una sorta di cerchio, che ovunque ci troviamo sembra formarsi spontaneamente. Spesso il cerchio significa che stiamo giocando. Stanotte il gioco è far girare una bottiglia al centro e farle decidere chi bacerà chi. Sul nostro terrazzo volano baci. Ce n’è per tutti, compresa me. E quando la bottiglia mi punta, sento il viso bruciare. Il vento soffia su brace ardente.

    Ho sei anni e passeggio con mia nonna per le stradine del suo paese. Passiamo l’estate lì, nella casa in campagna. Quando arriviamo ai giardini corro veloce verso l’altalena. Non serve che mia nonna mi spinga. Lancio il mio peso sempre più in alto, gambe nel vuoto, testa all’indietro. La nonna mi chiama, forse ha paura che possa volare dal seggiolino dell’altalena. Vado da lei e lì lo sento: una sorta di fischio, un suono sottile e pungente come uno spillo, ma vivo. La nonna mi guarda come se avesse in serbo una sorpresa. Si china in un cespuglio lì accanto e ne emerge con un uccellino tra le mani. Un pettirosso, dice.

    Per me la bottiglia non ha scelto Lui, la persona che volevo. Peggio, sono certa che Lui abbia capito in cosa speravo. Ma non c’è tempo per rimuginare. Le nostre notti sono costellate da cento altre bottiglie, quelle da cui beviamo insaziabili, e tutto può ancora succedere. Qualcuno alza la musica, il cerchio si sfalda. Lasciamo i nostri posti per ballare. Il ritmo sale, sale la confusione, sale il fondo della bottiglia che mi porto alla bocca e sale la fiammella dal mio accendino, mentre accendo l’ennesima sigaretta. E alla fine evaporo. Il mio corpo è lì, steso su un divanetto, il resto di me è oltre, dove quel corpo non può rallentarmi. Poi il mio corpo si solleva. No. Viene sollevato, raccolto da braccia che forse vogliono portarlo al riparo dal vento. So che è Lui a farlo. Tutto deve ancora succedere.

    Io e la nonna portiamo il pettirosso a casa. È piccolo e non sa ancora volare, ma noi lo aiuteremo e imparerà. Gli costruiamo un nido con un po’ di paglia per farlo sentire a casa. Lo teniamo al caldo. Gli diamo da mangiare pane umido, ma non mangia molto. Chiedo alla nonna perché la mamma non venga a cercarlo. Forse un giorno verrà, dice. Mi ripeto che andrà così.

    Lui mi porta dentro. Dentro tutto è fermo, stantio. Non c’è la notte, il vento, il ritmo. Solo Lui, il mio corpo e il letto dove l’ha posato. Io lì non ci voglio stare, ma lui si comporta come se invece sì. Lo so che prima volevi baciarmi, dice, ed è vero, ma adesso – che millenni sono passati e non abito più questo macigno di corpo – adesso no. È che per dire “no” dovrei avere una voce e per avere una voce bisogna avere delle corde vocali, una laringe, una faringe e un filo d’aria che dai polmoni le attraversa e produce il suono. E invece a me sembra di non riuscire a respirare e che ormai il mio corpo – con le mie corde vocali e i polmoni e tutto il resto – abbia deciso di prenderselo Lui. Mi rimane l’anima.

    Un giorno mi sveglio e l’ uccellino non è più nel suo nido. Ho una brutta sensazione. Corro dalla nonna. Dov’è finito il pettirosso? le chiedo. È venuta la mamma e sono volati via insieme, dice. Cerco di crederle. Del pettirosso rimane solo una piuma.