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La scrittura non sei tu e altri consigli di George Saunders

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    La versione originale di questa intervista è stata pubblicata su Literary Hub: leggila qui.


    Come affronti il blocco dello scrittore?

    Mi piace l’idea di David Foster Wallace secondo cui il blocco dello scrittore è sempre dovuto al fatto che ti prefiggi obiettivi troppo alti. Hai presente, no? Scrivi una riga, decidi che non soddisfa lo “standard del capolavoro”, ti vergogni e la cancelli, ne scrivi un’altra, la cancelli… e in un attimo il pomeriggio è volato e sei un totale fallimento davanti a uno schermo bianco. L’antidoto, per me, è stato prendere confidenza con il mio personale processo di revisione, imparare a considerare quelle brutte prime righe solo come un punto di partenza. Se conosci il sentiero da imboccare per passare dal brutto al così così fino al buono, non ti scoraggi più di tanto di fronte al disastro iniziale. Quindi: la scrittura nasce da te, ma non sei tu.  
    C’è un’eterna lotta tra due punti di vista: 1) la buona scrittura è un dono divino e arriva tutta in un colpo; contro: 2) la buona scrittura evolve attraverso la revisione, non è una forma di espressione improvvisa, ispirata e irrevocabile, ma un processo di graduale/reiterata esplorazione. Preferisco e sostengo il secondo punto di vista, e mi emoziona scoprire cosa penso mentre provo (goffamente, almeno all’inizio) a scriverlo. E questo processo avviene applicando e riapplicando il filtro del mio gusto alle migliaia di minuscole scelte che gradualmente vanno costituendo il mio stile. 

    Quale opera di natura non letteraria – film, programma televisivo, dipinto, canzone – è fondamentale per la tua vita?

    Monty Python e il Sacro Graal. Il film nasce da un approccio molto intelligente, politico, ma che non dimentica mai di intrattenere, di praticare l’auto-ironia e di essere divertente. Per me, il momento di svolta è stato quando, nel mio primo libro, ho trovato il modo di conciliare l’amore per i Monty Python con il desiderio di “essere letterario”. Ho capito che la distinzione tra “intrattenimento” e “letteratura” era priva di senso, almeno ai livelli più alti, perché il vero obiettivo è: comunicare ciò che è urgente. 
    La scena più importante, per me, è quella in cui il re passa a cavallo davanti a due contadini. “Come fai a sapere che è un re?”, chiede uno.
    “Perché i re passano”, risponde l’altro.1
    Perfetto.

    Qual è il miglior consiglio di scrittura che hai mai ricevuto?

    Una volta, quando ero studente, ho incontrato il mio mentore ed eroe Tobias Wolff a una festa e gli ho garantito che avevo messo da parte la fantascienza comica per dedicarmi alla “vera letteratura”. Credo che abbia intuito, correttamente, che 1) con quell’atteggiamento non avrei ottenuto grandi risultati, e che 2) non c’era modo di farmi cambiare idea (soltanto il tempo avrebbe potuto riuscirci). Così disse semplicemente: “Be’, ottimo. Occhio solo a non perdere la magia”.
    Il che è esattamente quel che successe nei quattro anni seguenti.
    Il consiglio di Wolff mi tornò in mente quando ci fu la svolta che avrebbe portato al mio primo libro, e cioè quando la magia (finalmente) riapparve. Lavorare adesso mi piaceva, il nuovo materiale sembrava persino divertente: nasceva dalla gioia e dall’accanimento, invece che dalla rigidità, dal controllo o dalla pedanteria. Ricordare la frase di Wolff in quel momento mi ha dato una spinta pazzesca, e non ho più dimenticato che, per me, la “magia” fa la differenza: vuol dire lasciare che la prosa faccia cose e vada in posti che all’inizio non avrei immaginato.

    Questo modo di procedere non “di testa” (idee, concetti, piani) ma di pancia (facendomi strada riga per riga, fidandomi del mio orecchio, sforzandomi di parlare con un lettore immaginario e di intrattenerlo, accettando di perdermi e persino interpretando il mio smarrimento come il segno che la storia vuole essere più di quanto io avevo in mente) mi accompagna ancora oggi e mi porta a credere che, quando l’io si ritira, qualcos’altro si affretta a prendere il suo posto, qualcosa di più intelligente, di più amabile e degno di fiducia dell’io, cioè di quell’io che è figlio del controllo e del rimuginio.

    Qual è il primo libro di cui ti sei innamorato?

    Johnny Tremain di Esther Forbes. La mia insegnante di terza elementare, suor Lynette, me lo passò sottobanco, lasciando intendere che lo aveva preso in prestito per me in biblioteca perché aveva capito che i libri che leggevamo in classe mi annoiavano, anche se (e questo per me fu cruciale) le altre suore l’avevano sgridata perché pensavano che fosse “troppo difficile” per me. Che tentazione! Per la prima volta leggevo qualcosa che aveva davvero uno stile. Sentivo che Forbes aveva fatto attenzione a ogni riga e avvertivo i benefici di questa sua attenzione: il libro aveva una consistenza che non avevo mai sperimentato prima. Riuscivo a vedere una stanza e a sentire l’odore del cibo, e dettagli che non erano narrati esplicitamente si manifestavano in maniera spontanea nella mia mente: una leggera brezza, un personaggio che si scostava una ciocca di capelli dagli occhi mentre parlava. Fu la prima volta in cui intuii – seppur confusamente – che la cura della singola frase influiva in modo diretto sulla capacità del lettore di immergersi nel mondo di finzione. Ovvero: la frase creava il mondo, non si limitava a descriverlo. 
    L’altra novità fu che iniziai a pensare attraverso le parole di Forbes e il mondo cambiò di conseguenza: ero io a vederlo in modo diverso, ma anche il mondo stesso a essere diverso. Tramite il linguaggio, notavo la realtà in maniera differente, e intanto cercavo di imitare Forbes. (“Le suore si spostavano sulla superficie di cemento, i piedi che sbucavano dalla veste, le nuvole dense e basse sulle loro teste”). In pratica: fu il primo segnale del fatto che lo stile non è una semplice patina e che il pensiero fa il mondo.

    Inoltre, di recente mi sono imbattuto in una copia di Mr. Cub, l’autobiografia di Ernie Banks scritta a quattro mani con Jim Enright. Leggendola, mi sono reso conto di quanto Banks sia stato un punto di riferimento che ha influito sul mio sviluppo come persona. Un uomo così generoso e positivo, consapevole di avere grandi responsabilità anche fuori dal campo, che provava sempre a trovare il meglio negli altri.

    C’è un libro che avresti voluto scrivere?

    Avrei voluto scrivere Il cappotto di Nikolaj Gogol. La sensibilità di quel racconto è perfetta. In qualche modo Gogol riesce a farci provare empatia per il protagonista senza che debba per forza essere un santo. Il racconto lo prende in giro e allo stesso tempo è pieno di affetto nei suoi confronti. Il protagonista è un tipo un po’ sgradevole, qualcuno con cui non vorremmo avere a che fare, ma per il quale alla fine proviamo un forte istinto di protezione. Penso che Gogol attraverso il testo voglia offrire un esempio di amore cristiano, allenarci a sentire che effetto farebbe credere davvero  (davvero!) che siamo tutti fratelli e sorelle. E lo fa costringendoci ad amare qualcuno che è veramente l’ultimo degli ultimi: spiacevole, privo di interesse, pedante, che punta a passare inosservato e che, intuiamo, potrebbe non essere particolarmente gentile nei confronti di chi si trova più in basso di lui nella gerarchia sociale. Leggendo abbiamo la sensazione che, se avesse l’energia per assumere una posizione politica, probabilmente sarebbe un reazionario. Insomma, riuscire a farcelo amare è davvero un’impresa! 
    Il racconto non assomiglia per niente a una predica, anzi è spontaneo e divertente e anche molto sperimentale dal punto di vista formale: sembra sempre sul punto di finire, e invece di colpo riprende vita.
    Mi intriga anche il fatto che lo stesso Gogol fosse una persona molto controversa. Ha concluso la sua vita da conservatore bisbetico, rinnegando le sue opere più audaci e geniali. 
    Mi piace l’idea che non siamo entità fisse e stabili, ma che cambiamo nel corso della vita e che il nostro lavoro migliore arriverà, magari, in un tempo e in un luogo che non abbiamo scelto, e non sarà necessariamente una cristallina dichiarazione d’intenti, ma potrebbe essere invece un’esplosione spontanea, proveniente da chissà dove, di cui in seguito ci pentiremo.

    1. Così la traduzione italiana. La frase originale è “He hasn’t got shit on him,” says the other. ↩︎
    George Saunders
    È uno scrittore e saggista statunitense. Tra le sue opere pubblicate in Italia ricordiamo il romanzo Lincoln nel Bardo (Feltrinelli 2017, vincitore del Booker Prize), le raccolte di racconti Nel paese della persuasione (2010), Dieci dicembre (2013), Pastoralia (2014) e Bengodi (2015), tutte pubblicate da minimum fax. La sua raccolta più recente è Giorno della liberazione (Feltrinelli 2025).
    Saunders si è aggiudicato il Folio Prize e due volte il National Magazine Award. È stato incluso dal New Yorker nella lista dei “venti scrittori per il Ventunesimo secolo” e nel 2013 è stato insignito del PEN/Malamud Award, il più prestigioso premio statunitense per gli autori di racconti. Insegna scrittura creativa alla Syracuse University.

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