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Il secondo classificato al Premio Laventicinquesimaora.

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    Tra il 29 e il 30 novembre 2025 si è svolta l’undicesima edizione del premio letterario “Laventicinquesimaora.” dedicato ai racconti brevi. Ciascuno dei partecipanti si è cimentato nella scrittura di un racconto di massimo 3.600 battute in cui l’intreccio fosse influenzato in modo decisivo dalla decisione di bere o non bere un caffè.

    La giuria composta da Marilena Rossi, Michele Turazzi, Francesca Cristoffanini e Davide Borgna ha scelto i tre vincitori. Il secondo classificato è Paolo Minazzi, autore del racconto Il favonio. Il racconto “fotografa un quadro di vita quotidiana, e di quotidiani sentimenti, in maniera efficace e realistica, senza cercare effetti speciali. Il rifiuto di bere il caffè è una forma di fedeltà a se stesso del protagonista ma al tempo stesso di rinuncia.” (Marilena Rossi).

    ***

    Il favonio

    Il favonio in paese arriva così: senza preavviso. Un minuto prima calma piatta, poi il vento che sbatte le cose, increspa il lago.
    Lui cammina, mani in tasca e testa incassata nel giaccone, lungo il marciapiede. C’è il Carlin che lo aspetta al circolo, che ormai non è più un circolo; tuttavia Lui continua a chiamarlo così, un po’ per abitudine, un po’ perché gli piace. Giocherà a carte, berrà un bianco sporco che, prima di rincasare, saranno due. Al ritorno la moglie non gli parlerà: troverà la pastasciutta collosa nel microonde e la getterà direttamente nel bidoncino dell’umido. Il pensiero gli scivola addosso, spinto lontano dal vento.
    Quando spalanca la porta del locale, la solita moltitudine di uomini gli appanna gli occhiali. Se li leva e col giaccone di panno asciuga lo strato umido.
    Dentro è una voce che lo sferza, una voce che non si aspettava di sentire.

    «Ciao, ma quanto tempo!»
    Lui si rimette gli occhiali, strizza le pupille. Finge sorpresa.
    Se la ricordava più giovane, con i capelli scuri come un’ombra, senza le macchie sulla pelle e quel rossetto carico che metteva ogni giorno.
    «Saranno… almeno vent’anni, da quando abbiamo chiuso.»
    Quel abbiamo chiuso lo mette a disagio, come se fosse colpa sua, come se non avesse fatto abbastanza per salvare quel relitto che stava affondando.
    «Ti trovo bene» dice Lei, coprendosi le labbra sottili con la mano.
    Lui, in quell’istante, capisce che non ha perso il vizio di mentire. Un tempo gli aveva promesso che sarebbe restata, che non lo avrebbe dimenticato. E mentre lo diceva, come adesso, si copriva la bocca.
    «Cosa ci fai da queste parti?» le chiede, mentre cerca con lo sguardo il Carlin.
    «Mia figlia si è sposata ed è tornata a vivere qui.» Si volta e indica una ragazza castana che parla con un uomo calvo e un altro col naso storto. «Sono due anni che sono vedova.» Abbassa la voce. «Magari capiterà di incontrarci ancora…»
    A quelle parole, Lui vorrebbe scappare, lasciandola lì, sola. Ma è troppo un cristianone, come dicono in paese, e resta. Si sforza di sorridere, anche se si vergogna della dentiera nuova.
    «Dai, vieni che ti offro un caffè.» Gli passa una mano sul giaccone, prende l’iniziativa, come sempre. Ordina con le sue maniere gentili ma spicce.
    Lui si trova la tazzina proprio sotto il naso: quell’odore che tanto detesta.
    «Non lo bevi?» chiede Lei.
    «No, non bevo più caffè.»
    «Per il cuore? Anche il mio povero marito…»
    «Non lo bevo da quando abbiamo chiuso. Non so… mi ricorda quel periodo là.» Col dorso della mano allontana la tazzina verso il fondo del bancone.
    «Ma tu facevi le moke, lavoravi sul tornio… questo è fatto con la macchina del caffè.»
    «È lo stesso. Il risultato non cambia.»

    Lui la ringrazia, dice che il socio lo aspetta per giocare, che non vuole fare tardi. Lei lo bacia sulla guancia: Lui avverte una peluria sottile, un dettaglio che un tempo non c’era.
    Mentre attraversa la sala osserva il proprio volto, rosso come quando esagera col vino, riflesso nello specchio dietro al barista. Se ne vergogna.
    «Chi era quella bèla fiòla?» chiede il Carlin, quando Lui si lascia cadere pesante sulla sedia.
    «Una che vende aspirapolveri!»
    L’amico gli porge il mazzo tenuto insieme da un elastico.
    «Fai le carte, Casanova!»
    Gli altri due al tavolo ridono, senza farsi vedere troppo, mentre Lui cerca di ricordare il soprannome che Lei gli aveva dato.

    Redazione Belleville

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