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Il linguaggio oppressivo uccide la lingua e altri consigli di Toni Morrison

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    La versione originale di questa intervista è stata pubblicata su Literary Hub: leggila qui.

    Crea le giuste condizioni per scrivere. 

    Ai miei studenti dico sempre che è importante capire di cosa hanno bisogno per lavorare al meglio dal punto di vista creativo. Li spingo a chiedersi: com’è la mia stanza ideale? C’è musica? Silenzio? All’esterno regna il caos o la pace più assoluta? Di cosa necessito per liberare la mia immaginazione?

    – da un’intervista del 1993 con Elissa Schappell su The Paris Review

    Usa la realtà che ti circonda.

    Tutto ciò che vedo o mi succede, il tempo che fa, i palazzi… quando lavoro a una storia, ogni aspetto del reale diventa una risorsa. È come un menù, o una gigantesca cassetta degli attrezzi da cui posso attingere a piacimento. Quando non sto scrivendo, o meglio, quando non ho in testa idee per una storia, allora percepisco soltanto caos, confusione, disordine.

    – da un’intervista del 2009 con Pam Houston su O Magazine

    Lascia che i personaggi parlino.

    Tendo l’orecchio per intercettare le battute più memorabili anche dei personaggi minori. È come se, mentre li creo, i personaggi fluttuassero sopra la mia testa come fantasmi, o come persone reali. Non li descrivo granché, solo per ampie pennellate. Chi legge non sa necessariamente quanto siano alti, perché non voglio forzare lettori e lettrici a vedere quello che vedo io. È come quando senti la radio da bambina. Da ascoltatrice, sei tu a dover inserire tutti i dettagli. Se dicevano “blu”, dovevo decidere di che tonalità si trattava. Se descrivevano l’aspetto di qualcosa o qualcuno, toccava a me visualizzarlo. È un processo partecipativo.

    – da un’intervista del 2014 con NEA Arts Magazine

    Sii aperto/a.

    Il punto è l’apertura – non si tratta di grattare con le unghie, di scavare chissà dove, di costruire – ma di porsi in una condizione di apertura rispetto alla situazione, con la fiducia che ciò che ancora non sai prima o poi ti si offrirà. È un processo che va oltre la razionalità, la tua intelligenza o persino il tuo talento: ciò che ti serve è là fuori da qualche parte e devi lasciarlo entrare.

    – da un’intervista del 2009 con Pam Houston su O Magazine

    Non leggere un testo ad alta voce finché non è finito.

    Non mi fido delle letture pubbliche. La reazione dei presenti potrebbe farmi pensare che il testo funzioni anche quando non è così. Per me la difficoltà di scrivere – una delle tante – è usare una lingua che funziona nel silenzio della pagina, nella testa del lettore. 
    Per trovare una lingua così, devi lavorare con cura su tutto quello che sta tra una parola e l’altra. Sul non detto. Cioè la misura, il ritmo eccetera. Spesso è quel che non scrivi a dare potenza a ciò che scrivi.

    – da un’intervista del 1993 con Elissa Schappell su The Paris Review

    Non lamentarti.

    Credo che alcuni aspetti della scrittura possano essere insegnati. Ovvio, non puoi pretendere di insegnare ad avere una visione o talento. Ma puoi offrire conforto… Sulla fiducia in se stessi non posso fare molto. In questo sono brutale. (Ai miei allievi) dico: scrivete e basta, non voglio sentire lagne su quanto è dura. No, non ho pazienza per i piagnistei perché la maggior parte delle persone che scrivono lo fanno in condizioni di estrema pressione, me compresa. Lamentarsi perché non ci si riesce è ridicolo. So fare molto bene quello che facevo prima di mettermi a scrivere, cioè editare. Riesco a seguire il filo dei pensieri di chi scrive, capisco dove sta andando la lingua e suggerisco altre strade. Ecco cosa so fare, e molto bene. Mi piace infilarmi nel manoscritto.

    – da un’intervista del 1998 con Zia Jaffrey su Salon

    Non scrivere di ciò che conosci. 

    Potrei sbagliarmi, ma si ha l’ impressione che gran parte della narrativa, in particolare quella scritta dai giovani, riguardi principalmente loro stessi. L’amore, la morte, eccetera, ma sempre il mio amore, la mia morte, il mio questo e quello. Tutto il resto è puro contorno. 
    Quando insegnavo scrittura creativa a Princeton, i miei studenti avevano interiorizzato il mantra “Scrivi ciò che sai”. Cominciavo il corso dicendo: “Fregatevene di questi paletti”. Prima di tutto perché non sapete nulla, e poi perché non voglio sentir parlare del vostro grande amore, di vostra mamma, di vostro papà e dei vostri amici. Pensate a qualcuno che non conoscete. Che ne dite di una cameriera messicana del Rio Grande che parla a malapena l’inglese? O di una gran dama a Parigi? Cose molto lontane dal loro terreno di gioco. Immaginate, create. Non registrate o abbellite un evento che avete già attraversato. Sono sempre rimasta stupita dall’efficacia di questo imput. Una volta liberi di immaginare qualcosa di completamente estraneo alla propria esistenza, finalmente diventavano capaci di osare. Mi sembrava un ottimo allenamento. Anche se avessero finito per scrivere un’autobiografia, quantomeno avrebbero saputo guardare a se stessi come a degli sconosciuti. (“strangers”).

    – da un’intervista del 2014 con NEA Arts Magazine

    Non ti accanire.

    Sui [paragrafi] che hanno bisogno di lavoro mi do da fare finché posso. Voglio dire, li rivedo sei, sette volte, tredici volte. Ma c’è differenza tra revisionare e accanirsi, lavorare il testo a morte. È importante accorgersi di quando passi il confine. Se ti accanisci vuol dire che quel passaggio non funziona, e allora è meglio buttarlo via e ricominciare da capo.  

    – da un’intervista del 1993 con Elissa Schappell su The Paris Review

    Accogli il fallimento. 

    Da scrittrice guardo al fallimento come a una fonte di informazioni. È il segno di qualcosa che non ha funzionato nella scrittura, perché impreciso o poco chiaro. So riconoscere quando c’è qualche problema – non è scontato, non per tutti è così – e cerco di aggiustare il tiro, perché fallire significa dati, informazioni, la consapevolezza di ciò che va migliorato. Ecco il senso di riscrivere e editare.
    Nel caso di un problema al fegato, ai reni o al cuore – qualcuno può intervenire e cercare di risolvere la situazione, ma quel qualcuno non sei tu. Quando invece trovare una soluzione dipende solo da te, devi studiare il problema con la massima attenzione. Abbattersi, innervosirsi o provare vergogna non aiuta. È come essere in laboratorio, al lavoro su un esperimento con qualche sostanza chimica o delle cavie, e all’improvviso qualcosa va storto. La reazione in cui speravi non avviene. Non puoi alzare le mani e scappare via. Quel che devi fare è ripercorrere passo passo tutto il processo, individuare l’errore e correggerlo. Se pensi alla scrittura semplicemente come a un insieme di informazioni, hai buone speranze di migliorare.

    – da un’intervista del 2014 con NEA Arts Magazine

    Impara a leggere criticamente quello che scrivi.

    Capita spesso di sentire di gente che “scrive per se stessa” e può sembrare un fatto orrendamente narcisistico, ma in un certo senso saper leggere i tuoi testi, imparare a leggerli, cioè, con la necessaria distanza critica, fa di te uno scrittore e un editor migliore. Quando insegno scrittura, insisto molto sull’importanza di imparare a leggere i propri testi. Non per godere di ciò che hai fatto, ma per allontanartene e poi leggerlo come se lo vedessi per la prima volta. E analizzarlo criticamente allo stesso modo. Senza farti abbagliare dalle tue stesse brillanti trovate…

    – da un’intervista del 1993 con Elissa Schappell su The Paris Review

    Vai in cerca del sacro.

    Sto per dire una cosa che suonerà molto pomposa, ma credo che un artista – pittore o scrittore che sia – abbia qualcosa di sacro. Questa sacralità ha a che fare con la sua visione, la sua saggezza. Puoi essere uno qualunque, ma riuscire a vedere in quel modo è sacro, quasi divino. Ci si pone su un piano più alto rispetto alla vita normale e alla percezione delle cose che normalmente noi tutti abbiamo. Si sale di un gradino. E fintanto che sei lassù, anche se sei una persona orribile, anzi, specialmente se sei una persona orribile, vedi emergere aspetti della realtà che ti scuotono fin nel profondo, o che ti emozionano, che ti chiariscono cose che tu, al di fuori della tua arte, non avresti mai potuto sapere. L’arte è davvero una forma di visione dall’alto, un vedere oltre.

    – da un’intervista del 2017 con Granta

    Fai del tuo meglio con quello che hai.

    Ho in testa una routine di scrittura ideale che nella realtà non ho mai sperimentato – e che consiste nell’avere, diciamo, nove giorni di fila in cui scrivere ininterrottamente, senza uscire di casa o rispondere alle telefonate. E nel disporre di uno spazio – un posto in cui scrivere con dei tavoli giganteschi. E invece mi ritrovo regolarmente confinata in qualche angolino, e non c’è verso di uscirne. Allora mi torna in mente la minuscola scrivania a cui scriveva Emily Dickinson e ridacchio tra me: Povera stella, guardala lì. Ma è lo stesso per tutti. Tutto ciò che abbiamo è questo spazio minimo e, indipendentemente dalla tua efficienza nell’archiviare scartoffie e dalla frequenza con cui fai pulizia, la vita, i documenti, le lettere, le richieste, gli inviti, le fatture, continuano ad accumularsi.
    Non sono capace di scrivere con regolarità. Non sono mai stata capace di farlo, per lo più perché avevo un lavoro dalle nove alle cinque. Dovevo scrivere di fretta, nei ritagli tra un’incombenza e l’altra, oppure incollarmi alla seggiola nei fine settimana e la notte prima dell’alba…
    Ho cercato di compensare la mancanza di spazi ordinati rimpiazzando la disciplina con la compulsione maniacale, di modo che quando qualcosa si presenta con urgenza, quando di colpo un dettaglio diventa visibile o un’intuizione lampante o una metafora si affaccia con una forza speciale, allora metto da parte quel che stavo facendo e scrivo finché ce n’è

    – da un’intervista del 1993 con Elissa Schappell su The Paris Review

    Il linguaggio oppressivo uccide la lingua

    La sistematica spoliazione deI linguaggio si manifesta nella tendenza a rinunciare alle sue proprietà più complesse, sfumate, capaci di favorire l’emergere di nuovi significati in nome dell’intimidazione e dell’oppressione altrui. 
    Il linguaggio oppressivo non si limita a rappresentare la violenza: è violenza; non si accontenta di rappresentare i limiti della conoscenza: soffoca di fatto la conoscenza. Che si tratti dell’opacità del burocratese o della lingua posticcia dei media più vacui; che sia il fiero ma calcificato gergo accademico o quello della scienza che si è venduta al mercato; che sia il linguaggio insidioso della legge-senza-etica, o quello fatto apposta per alienare le minoranze, che maschera la depredazione razzista sotto una patina di letteraria sfrontatezza  –  il linguaggio oppressivo deve essere respinto, sabotato, smascherato. 
    È il tipo di linguaggio che beve sangue, che si nutre di vulnerabilità, che nasconde i suoi stivali fascisti sotto le crinoline della rispettabilità e del patriottismo mentre lavora inesorabile per il tornaconto di pochi e la bancarotta delle nostre menti. Linguaggio sessista, linguaggio razzista, linguaggio teistico: fanno tutti parte della lingua del controllo, sono strumenti dell’oppressione dei pochi sui molti, e non consentono, non possono ammettere nuove conoscenze né il mutuo scambio di idee.

    Il linguaggio non potrà mai racchiudere o definire l’esperienza della schiavitù, del genocidio, della guerra. Né dovrebbe avere l’arroganza di porselo come obiettivo. La sua forza, la sua felicità stanno nella tensione verso l’ineffabile.
    Che sia maestosa o agile, che scavi nell’ombra, ti esploda in faccia o si rifiuti di santificare qualcosa o qualcuno; che rida a gola spiegata o sia un grido inarticolato, la parola giusta, il silenzio ben assestato, il linguaggio lasciato libero di dispiegarsi va verso la conoscenza, non verso la sua distruzione. Ma chi di noi non ha visto una letteratura messa al bando perché sollevava domande, screditata in quanto scomoda, cancellata perché portatrice di una visione alternativa? E quanti provano rabbia di fronte a una lingua devastata da se stessa?

    – dal discorso per il Nobel di Morrison del 1993

    Toni Morrison

    Toni Morrison, pseudonimo di Chloe Ardelia Wofford (1931-2019), è stata la prima scrittrice afroamericana a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1993. Tra i suoi romanzi più celebri, Amatissima (Sperling&Kupfer 2013) e L’occhio più azzurro (Sperling&Kupfer 2018). È stata docente di Letteratura inglese e Scrittura creativa presso diverse università e ha lavorato per molti anni come editor per la casa editrice Random House di New York. Nel 2012 ha ricevuto dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama la Presidential Medal of Freedom.

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