“Pappagorgia” di Mauro Colarieti è il racconto vincitore della borsa di studio per l’edizione a Milano di Scrivere di notte.
Le prossime classi “Fondamenti” di Scrivere di notte partiranno martedì 7 aprile: quella in presenza a Milano sarà con Marco Rossari (il programma è qui), la classe online sarà con Letizia Muratori (il programma è qui).
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Avevano detto che era una commedia, ma non rideva nessuno. Nemmeno Luca, amico del regista. Mi stringeva la mano, le nostre dieci dita sul suo ginocchio. Solo al buio, perché solo al buio il proiettore ci rendeva invisibili. Al primo applauso si è scostato come se mi avesse sfiorato per sbaglio. Mi ha detto di non guardarlo male, che sa come la prenderebbero i suoi colleghi, che sarei uno stronzo a farlo sentire in colpa. Adotta sempre la voce che si usa quando il gatto che sta per schiattare ti piscia sul tappeto. Io gli ho risposto che mi va bene così, che lo capisco, ma intanto sentivo la pelle del collo gonfiarsi, come se sotto ci fosse qualcosa che voleva venire su.
A Trieste fa sempre freschino. Mentre esco dal Miela, ipotizzo che sia stato un colpo di vento. Mi tocco la gola, c’è una piega nuova, una bolla tiepida che pulsa come un cuore di riserva.
Ecco. Fumare sigarette e soffrire per amore ti fa venire il cancro a diciannove anni.
Sul bus per andare al supermercato, una vecchia signora mi chiede se sto bene. Un produttore doveva chiamare Luca perché forse riusciva a piazzarmi come comparsa, ma non ho più saputo niente. Annuisco all’anziana, le dico che è solo stanchezza da proiezioni.
“Sa, il mio ragazzo lavora nel cinema. Ha detto che diventerò una star.”
Piazza Cavana è piena di studenti. Luca saluta tutti e di me non parla mai, mi ha sempre presentato ai cineasti come “un amico di Milano, un aspirante attore”. Io ridevo, per cortesia. Sono di Monza, abito con lui in Friuli da un anno e mezzo. La stagione delle sciarpe è ormai finita, ho un rigonfiamento sotto al mento che mi fa ombra sulla camicia, quindi no, adesso non sono manco un amico. Non mi considera proprio. Ogni annullamento del nostro rapporto si appoggia sulla mia trachea come una pietra. Io lo capisco. Sono l’unico a poterlo fare.
Ho preso una camomilla miracolosa su Amazon. L’ho bevuta piano, pregando, sentendo la pelle del collo muoversi come una seconda bocca. Quando Luca è arrivato, si è tolto gli occhiali da sole e mi ha detto che non possiamo farci vedere insieme al buffet stasera. Gli ho ricordato che c’era quel regista che voleva farmi conoscere da mesi. Lui ha guardato il mio collo, ha assunto una smorfia disgustata. Con le mani, ho coperto la mia nuova piega carnosa. Comincia a pendermi come un sacchetto di pelle.
Dopo giorni di insistenza, Luca mi ha accompagnato al pronto soccorso ma è rimasto in macchina. Sua zia ci lavora, e la sua famiglia non sa che va con gli uomini. Dentro, l’aria odora di disinfettante e mare vecchio. Un medico con la camicia sbottonata mi tocca il collo con due dita. Non richiede analisi aggiuntive. Come tutti i dottori, non mi guarda in faccia. Sospira: “È normale, vai tranquillo. Quando non si sputa il rospo, il rospo prende il controllo del corpo.”
Esco dalla sala ridendo, tutto tornerà come prima. Il vento mi accarezza la pappagorgia, la fa oscillare come una medusa. Luca mi chiede com’è andata. Studio i suoi occhi, per un secondo pare essere tornati all’anno scorso. Il suo sguardo adorante, la sua fame di carne.
Tentenno.
Gli dico che è soltanto una reazione allergica.
Mi sono sognato immerso nel mare di Barcola. Era verde, viscoso, pieno di rospi che uscivano dall’acqua. Uno mi fa: “Sei tu che vuoi essere visto con lui, è un tuo problema”. La mattina mi sveglio e faccio un caffè. Mi siedo al tavolo. Mi accorgo che nella tazza non riesco più a specchiarmi: la pappagorgia mi blocca la vista.
Non dormiamo più insieme. Luca passa ore a guardare film, io le passo chiuso in bagno a guardarmi allo specchio. Oggi mi ha fatto notare che sto mettendo su peso, gli ho risposto che sto cercando di compensare questo collo così cadente e che, in realtà, non riesco a tenere il ritmo. Dentro questo rigonfiamento sembra muoversi qualcosa, un piccolo cuore o un animale che respira per me, che spinge alle estremità per creare più spazio. Quando lo tocco, sento una lingua umida spingere contro la pelle, come se volesse comunicare con me.
Luca non vuole più che camminiamo vicini, sta sempre qualche metro davanti a me. Mi sta convincendo a tornare a Monza finché non risolvo i miei problemi di salute. Io a Monza non ho nessuno. Lui mi ripete che sta per iniziare la stagione dei festival, che deve mantenere un profilo professionale. Io gli continuo a portare la colazione in camera, gli sistemo i vestiti, gli preparo il tè verde come piace a lui. Ho bisogno dei suoi contatti, della sua fiducia nel mio talento. Lui è sempre stato così stabile, così ambizioso. Io sono sempre il suo fidanzato devoto, non sarà rimanere il suo segreto a cambiare le dinamiche. La mia servitù disperata in funzione della sua incapacità di lasciarmi andare.
Quando dei produttori o registi bussano alla porta, io mi rintano dietro il divano. Non posso farmi vedere così, lo dice anche Luca. Se capita che mi intravedano per le stanze, lui dice che sono il suo assistente. Categorie protette, sai. Ogni tanto la mia pappagorgia si anima, un rospo ansima in protesta. Non ho mai provato rabbia. Solo un calore appiccicoso, segreto come il mio ruolo nella vita di Luca.
Sto avendo difficoltà a infilarmi le magliette, devo tirarle verso il basso per superare la circonferenza del collo. Rifiuto le chiamate di tutti, tranne le spam: spero sempre che ci sia qualcuno che vuole assumermi per un progetto. Mi sfondo di merda commestibile sul divano mentre faccio salire le mie taglie, mentre cerco di limitare la differenza tra il mio collo e il resto del corpo, mentre cerco di mantenermi umano e amabile.
Mentre Luca procede nella sua carriera, mentre va agli after party dei festival, mentre torna tardi con l’odore di prosecco e altri uomini addosso. A volte li fa dormire qua, altre si limita a raccontarmi chi ha incontrato, ma è evasivo. Non riesce più a guardarmi come prima. Mi fa dormire sul divano perché sul letto non ci stiamo più entrambi. Io glielo preparo comunque, pulisco la casa, provo a baciarlo, ma niente.
Luca dorme, io respiro per entrambi finché non si deciderà a sputare il segreto per me. Il rospo, dentro, e la mia pelle, fuori, cresce a dismisura. E lui dovrà scegliere se vuole me o il rospo, il tempo scorre. Trieste, fuori, è vento e luci soffuse. Io, dentro, ci vivo. Come in uno spettacolo senza pubblico.



